"[...] nel periodo romantico della lotta, dello Sturm und Drang popolare, tutto l’interesse si appunta sulle armi più immediate, sui problemi di tattica, in politica e sui minori problemi culturali nel campo filosofico. Ma dal momento in cui un gruppo subalterno diventa realmente autonomo ed egemone suscitando un nuovo tipo di Stato, nasce concretamente l’esigenza di costruire un nuovo ordine intellettuale e morale, cioè un nuovo tipo di società e quindi l’esigenza di elaborare i concetti più universali, le armi ideologiche più raffinate e decisive. [...] Si può così porre la lotta per una cultura superiore autonoma; la parte positiva della lotta che si manifesta in forma negativa e polemica con gli a‑ privativi e gli anti‑ (anticlericalismo, ateismo, ecc.). Si dà una forma moderna e attuale all’umanesimo laico tradizionale che deve essere la base etica del nuovo tipo di Stato." (Antonio Gramsci, Q 11, nota 70)

lunedì 20 giugno 2016

INDICAZIONI DI VOTO DEL 18 GIUGNO

Gramsci voterebbe contro il PD anche a Torino Gramsci a Torino ha patito il freddo e la fame, nel senso che con il denaro che aveva doveva decidere se pagarsi un cappotto o un pasto. La casa in cui abitava, e in cui doveva decidere queste cose, è stata trasformata in un hotel di lusso, chiamato Hotel Gramsci due anni fa, nella città amministrata da Fassino, il quale appartiene a un partito che di Gramsci si dichiara erede. Oscenità di questo genere si possono affrontare in modo sereno solo con la fiducia di portare a termine ciò che Gramsci si pose come compito, e per cui diede la vita, cioè fare dell’Italia un paese socialista. La casa di Gramsci potrà diventare una scuola dove le masse popolari del nostro paese studieranno economia, politica, filosofica, unite in una unica scienza che le farà capaci di dirigere la propria vita e la vita del paese. Riprenderemo ciò che ci è stato tolto: già i fascisti si impadronirono delle case del popolo, e dopo la Resistenza ritornarono al movimento comunista solide più di prima, e così farà il nuovo movimento comunista con quanto ci è stato sottratto da banche, politici corrotti e quant’altro. La rivoluzione si costruisce passo dopo passo, come Gramsci sapeva, e il passo odierno sta nel togliere di mezzo questo governo PD che è la versione in avanzato stato di putrefazione del vecchio regime democristiano, cosa a cui accenna anche d’Orsi, altro studioso di Gramsci che si affianca a Guido Liguori nel dare indicazione di voto per il Movimento Cinque Stelle, in questo articolo su Micromega.

Contro il sistema Torino, contro il sistema Italia
di Angelo d’Orsi (Micromega 4/2016, in http://temi.repubblica.it/micromega-online/contro-il-sistema-torino-contro-il-sistema-italia/#.V2Q17fSr_BM.facebook)
Alberto Asor Rosa, un “cattivo maestro” che stimo da sempre, due giorni fa sul Manifesto, ha firmato un articolo allucinante, il cui succo è che per sconfiggere Renzi occorre votare per i candidati PD. Concordo sul fatto che un’alleanza di centrosinistra avrà bisogno non tanto del PD (come sostiene Asor Rosa), quanto piuttosto di una parte cospicua del suo “popolo”, ma per ora occorre lottare contro questo PD, che io ritengo irrecuperabile, come lo fu la DC, di cui sostanzialmente ha preso il posto nella scena politica nazionale. Il che vuol dire che questo PD deve essere sgretolato, e se c’è una parte “sana” nella sua classe politica non deve attendere oltre per rompere con Renzi e uscire dalla porta principale. La fedeltà alla “ditta”, per riprendere la stolta terminologia di Bersani, è del tutto fuori luogo. E chi oggi rimane dentro, finendo per fare ogni volta quello che il capo comanda, si assume responsabilità gravi davanti al suo stesso elettorato. Questo PD, oggi impegnato nelle ultime battute di una pessima campagna elettorale, rappresenta un grumo di interessi di cricche, di gruppi di pressione di varia natura, e in generale rappresenta la vera destra sociale oggi nel paese. In più, da quando è al suo governo Matteo Renzi, il partito è divenuto un suo feudo personale, di cui dispone a piacimento, una base per costruire consenso nella mappa nazionale, e piazzare in sede locale una serie innumerevole di fedelissimi, a gestire gli enti territoriali. Le elezioni che si stanno per concludere nel loro secondo turno (legge a mio avviso sciagurata), hanno un chiarissimo, forte significato politico nazionale, a dispetto delle reiterate dichiarazioni di Renzi, che subodorando la sconfitta (già in parte incassata al primo turno), cerca di derubricarle a fatto locale. E non c’è dubbio che l’esito positivo ai ballottaggi dei candidati sostenuti da Renzi sarebbe da lui annessa al carniere delle sue proprie vittorie personali, secondo del resto la ben nota logica della vittoria che trova subito almeno un padre mentre la sconfitta solitamente è orfana. E si tratterebbe di un passo per lui importante, nella corsa a cui ha impresso una formidabile accelerazione verso l’ottobre referendario. La logica dell’“o con me o contro di me”, insomma avrebbe funzionato, e la lotta contro la “deforma” costituzionale e l’osceno Italicum, ne uscirebbe indebolita. Ma non è certo questa la ragione numero 1 per non sostenere i candidati del PD ai ballottaggi, e in generale in queste elezioni. Certo, come si è visto al primo turno, la sinistra quando si è presentata come tale, con i suoi quarti di nobiltà identitaria, ha avuto risultati deprimenti, mentre ha avuto successo solo nei casi in cui ha saputo dar vita a più ampie aggregazioni, intorno a candidati sindaci credibili, o innovativi nel linguaggio e nei modi di far politica. Rimane, piaccia o no, il Movimento 5 Stelle. L’accusa di populismo ormai appare del tutto risibile, trattandosi un carattere assunto da quasi tutti i soggetti politici in campo: non è forse populista Renzi? E sarebbe anche ora di prendere atto che, davanti alla crisi profonda e irrimediabile della rappresentanza, il populismo è non soltanto un sintomo, ma una risposta, e una risposta che molto spesso, se non sempre, si rivela efficace. Dunque smettiamola di demonizzare, e proviamo a decrittare anche i codici del populismo, per capire se si possa in qualche modo cavalcare la tigre piuttosto che contrapporle forme oggi in crisi di azione politica. In ogni caso, qui, in questa tornata elettorale, vanno tenute in conto le ragioni e le vicende locali. E che cosa possiamo dire? Che a Roma, la defenestrazione di Ignazio Marino è stato uno dei più clamorosi esempi di azione antipolitica, di violazione di ogni legalità sostanziale (al di là degli espedienti da azzeccagarbugli come le firme davanti al notaio per far decadere giunta e consiglio comunale!), e uno dei gesti più odiosi della vita politica nazionale dell’intero dopoguerra. Di tale azione Renzi porta la gran parte della responsabilità, ma anche M5S, e pure le frattaglie della sinistra (SEL, nella fattispecie), sono stati complici, sia pure in subordine, e mostrando via via segni di cedimento se non di tardivo pentimento. Non foss’altro che per questo che occorrerebbe battersi contro Giachetti, pur nei limiti evidenti dell’antagonista Raggi, limiti che peraltro la accomunano a tutta l’élite pentastellata. Al di là della colpa d’origine tuttavia è chiaro che Raggi a Roma, come Appendino a Torino siano espressione di una idea di città diversa e sostanzialmente alternativa a quella dei consules renziani in sede locale, autentica espressione dei “poteri forti”, graniticamente convinti delle ferree “leggi del mercato”, acritici sostenitori di uno “sviluppo” i cui frutti vanno redistribuiti in modo direttamente proporzionale allo status sociale: chi ha di meno, riceve di meno, chi ha di più riceve di più. Una proporzionalità iniqua, di cui però le statistiche danno conto. Alle città che consumano suolo, alle città gestite dalle banche, alle città che privatizzano i beni pubblici, alle città che per fare cassa vendono le proprietà comunali, alle città che sono lanciate nella inesausta follia delle “grandi opere”, M5S contrappone un modello di città esattamente rovesciato. “Solo slogan e ideologia!”, si replica da parte del PD e dei suo innumerevoli sostenitori a livello giornalistico. Sarà pure ideologia, ma non ce n’è forse bisogno? La “politica del fare” dove ci ha condotto? Vogliamo o no rimettere in discussione un modello urbano, un progetto politico, una filosofia sociale che si sono rivelati esiziali? Prendiamo Torino: il giornalista Maurizio Pagliassotti in una coppia di libri preziosi di qualche anno fa (Chi comanda Torino e Sistema Torino, sistema Italia entrambi editi da Castelvecchi rispettivamente nel 2012 e nel 2014) ha rappresentato perfettamente la situazione della città più indebitata d’Italia, dopo i Giochi olimpici invernali del 2006, sui quali si sono costruite ineffabili fortune politiche oltre che economiche. Tutti i visitatori notano e sottolineano i cambiamenti della città, che sono stati in parte frutto della febbre olimpica e della pioggia di denaro che essa ha scatenato. Ma quei cambiamenti (“Torino è diventata più bella”, “Torino è oggi meta turistica”, “Torino città dell’eccellenza”, e via seguitando) innanzi tutto sono evidenti nel centro e nelle zone dove risiedono le classi dominanti; le periferie sono peggiorate, con una divisione nettissima della città che corrisponde alle classi sociali. I poveri o i nuovi impoveriti (certificati dalla Caritas), e gli immigrati sono ormai tutti collocati nelle zone esterne al centro: e come accadeva ai tempi del primo dopoguerra, e notava Antonio Gramsci, la città mostra chiaramente di essere divisa in due gruppi sociali contrapposti, senza mediazioni: borghesi e proletaria, scriveva Gramsci; oggi possiamo semplicemente parlare, peraltro riprendendo il lessico dell’ultimo Gramsci, di “dominanti” e “subalterni”. In sostanza la politica delle grandi opere, la privatizzazione dei beni comuni, i grandi eventi hanno portato ricchezza e benessere a chi già ne godeva, e hanno impoverito gli altri strati sociali, sia con la tassazione volta a ricuperare i fondi sperperati per gli eventi stessi, sia con la svendita di pezzi di città. I servizi sono stati ridimensionati, a dispetto delle affermazioni del sindaco uscente Fassino o il suo sodale in Regione Chiamparino. Si pensi per un solo esempio all’Ospedale Evangelico Valdese, classificato nei poli dell’eccellenza sanitaria regionale (falso, ma tant’è). Ebbene ai tempi della Regione in mano a Roberto Cota (quello delle mutande verdi pagate con fondi regionali…), quell’ospedale venne chiuso, per la logica degli accorpamenti a fine di far cassa: il PD sostenne la campagna per il no, convintamente. Oggi quello stesso PD insediato al governo regionale minaccia la chiusura dell’Ospedale Oftalmico, esempio rarissimo in tutto il territorio nazionale. Certo si parla di Regione, e non di Comune, ma la logica politica è la stessa, il partito al potere lo stesso, il personale politico è lo stesso. Il sistema Torino, al di là della parentesi leghista in Regione, dura da 23 anni e ieri Chiamparino ha garantito che saranno 28, dando per acquisita la vittoria del suo amico Fassino. Il quale sta sui carboni ardenti: fino al 5 giugno dava, con tutto il suo partito e la coalizione, per certo di vincere al primo turno; e il fatto che abbia perduto oltre 100 mila voti rispetto a cinque anni fa, certo non è un bel segnale. “Non si vota contro”, ha sentenziato Giuliano Pisapia venuto sotto la Mole a dar man forte al collega torinese; e invece, caro Pisapia, si vota sempre contro, prima di votare per. E oggi a Torino, come a Roma, si deve votare per le candidate Cinque Stelle, prima di tutto contro una idea di città iniqua e dannosa; ma votando contro quella idea si vota naturalmente, per così dire, per una idea opposta. “Loro vogliono una Torino più piccola”, ha concluso Fassino; “noi guardiamo allo sviluppo, ad una Torino più grande”. Grandezza, da perseguire vendendo suolo pubblico, alienando beni comuni, facendo giochi finanziari spesso oscuri, in un circuito vizioso in cui i beneficiari sono gruppi privati che ricevono denaro pubblico, oltre a garantirsi profitti dalla mercantilizzazione della città. Un esempio finale, una delle più grandi e interessanti aree industriali dismesse, quella degli stabilimenti Westinghouse. Un progetto per trasformarla in una biblioteca civica degna di questo nome (l’attuale è un penoso residuo dei primi anni Sessanta), progetto pagato oltre 16 milioni di euro, viene accantonato con una semplice variante al piano regolatore e dopo un passaggio intermedio in cui invece della biblioteca si decide per un centro culturale (di cui la biblioteca sarebbe stata parte), si opta per una soluzione gradita a soggetti privati che intervengono accanto al Comune a sostenerla: un centro commerciale! (Si legga l’articolo di Sergio Pace su Historia Magistra, n. 18/2015). Ecco, basterebbe questa penosa vicenda a rifiutare il “sistema Torino”, che è il “sistema Italia”, oggi, e le logiche, affaristiche (di profitto e di rendita) che lo sostengono e votare, anche senza sentirsi contigui al Movimento 5 Stelle, per chi a tale sistema si oppone, a Torino, a Roma, in Italia. “Un salto nel buio”, ha concluso Sergio Chiamparino nel suo appassionato endorsement per Piero Fassino. Può darsi. Ma tra una realtà nota che non ci piace, e una realtà ignota che si presenta come opposta alla prima, non esito a scegliere la seconda.

DA HERBERT MARCUSE A MATTEO SALVINI

Da Herbert Marcuse a Matteo Salvini Uno dei mantra degli ultimi decenni è che il “glorioso 68” con tutto quanto conteneva fu rovinato dalle Brigate Rosse, concetto da cui discende il povero corollario delle “manifestazioni pacifiche rovinate da pochi estremisti violenti”. Quanto alle Brigate Rosse e al movimento comunista degli anni Settanta dello scorso secolo, a chi vuole studiarne l’esperienza in modo scientifico il nuovo PCI offre il suo Avviso ai Naviganti 62 (http://www.nuovopci.it/dfa/avvnav62/avvnav62.html), che dà indicazioni fondamentali a chi si vuole impegnare nella ricostruzione della storia del nostro paese, cosa che la borghesia imperialista con i suoi scrivani fa sempre meno e sempre peggio. Ne è esempio l’ultima produzione di Paul Ginsborg, che ebbe qualche fama tra il 2012 e il 2013 come promotore di un aggregato di intellettuali orfani del partito comunista, (ALBA, Alleanza Lavoro BeniComuni Ambiente) e partecipe di una cosa del primo decenno del secolo, i cosiddetti “girotondi” contro Berlusconi, cui partecipò Nanni Moretti, un altro intellettuale che ha dato un contributo notevole all’opera di confondere le idee alle masse popolari falsificando la realtà e facendo concentrare l’attenzione su dettagli inutili. Leggere questo articolo che commenta quello che scrive Ginsborg è interessante per le conclusioni: l’autore del commento riassume un percorso che facendo proprie posizioni diffuse in Italia dalla Scuola di Francoforte e dal suo esponente più noto, Herbert Marcuse, termina con il dire che il punto di riferimento centrale è la famiglia, spiegando come questa conclusione coincida con le concezione più reazionarie che nel nostro paese si sono manifestate, dai sanfedisti che schiacciarono la Rivoluzione Napoletana del 1799 al Matteo Salvini di oggi. Il resto del percorso è poco interessante, nel senso che ripete alcune banalità sulla contraddizione tra razionalità e sentimento (passione) che stanno, rispetto a quanto scoperto da grandi tra i quali cito solo Gramsci, Spinoza, Machiavelli, nel rapporto in cui una pozza d’acqua dopo il temporale sta rispetto al mare. In definitiva e in estrema sintesi, la verità (la razionalità) di una scienza si misura nella pratica e, quanto alla passione, deve generare nientemeno che amore (1). L’utilità del leggere lo stato in cui la scienza è ridotta nel campo della borghesia imperialista è ulteriore stimolo a lanciarci e dare il nostro contributo per lo sviluppo e la diffusione della nuova scienza, quella che Mao ha chiamato la “teoria più elevata che il pensiero umano abbia mai creato.”(2) Portiamo battaglia nelle scuole e in tutte le istituzioni dove la borghesia e il clero spacciano la loro “cultura”. Studiamo, costruiamo luoghi per lo studio, scuole, biblioteche, mettiamo a disposizione le nostre risorse, facciamo sì che tutti portino risorse per poter studiare noi e per fare studiare le masse popolari del nostro paese. Questo è un fondamento essenziale per costruire la rivoluzione. Abbiamo davanti a noi un grande futuro. Chi se ne sta chiuso in casa come Ginsborg non lo vede, e nemmeno vede che la casa brucia. Fuori c’è il sole. Sedotti e abbandonati dal neoliberismo Qualche anno fa Pierre Dardot e Christian Laval ci avevano proposto un ampio affresco del neoliberismo come «nuova ragione del mondo». In un testo assai più breve e decisamente meno ambizioso Paul Ginsborg e Sergio Labate (Passioni e politica, Einaudi, pp.130, euro 12) ce lo descrivono come potente governo delle passioni, capace di farle confluire in una nuova, pervasiva forma di «servitù volontaria». Nell’un caso e nell’altro il neoliberismo non viene considerato solo come un modo di produzione e un sistema economico, sia pure munito degli apparati ideologici e giuridici necessari al suo funzionamento, ma anche come una forma di vita e un insieme di processi di soggettivazione capaci di integrare l’intera società e la pluralità dei suoi componenti nel processo di accumulazione del capitale. L’argomentazione di Ginsborg e Labate muove dalla distinzione storica tra la sfera della razionalità e quella delle passioni e dalla convinzione che la prima risulti del tutto impotente di fronte a quello che gli autori definiscono il «romanticismo neoliberista» che ha progressivamente colonizzato i nostri desideri e condizionato i nostri comportamenti, portando a compimento nella più insidiosa delle forme quell’«integrazione» della personalità di cui Herbert Marcuse scriveva già mezzo secolo fa. E subito insorge qui un primo problema nell’isolare il tema delle passioni. Il neoliberismo ha infatti reso assai permeabile il confine (da sempre problematico) tra razionalità e irrazionalità (basti pensare al vitalismo, tra analisi e superstizione, che anima il capitale finanziario) e tradotto in raffinati algoritmi desideri e aspirazioni. E, del resto, la «ratio» stessa è sempre stata a sua volta una passione, desiderio irrefrenabile di dominare il caos del mondo privato del suo ordine divino. Di questo ordine razionale il neoliberismo si pretende custode rigoroso non meno che seduttore delle nostre passioni. Quando afferma perentoriamente di essere privo di alternative non blandisce certamente alcun «romanticismo», ma si pone, appunto, come unica e indiscutibile «ragione del mondo». La gabbia del merito Non si può negare, tuttavia, come sostengono gli autori, che attraverso una serie molto articolata di strumenti (e anche qualche processo involontario) il neoliberismo sia riuscito a penetrare a fondo nella vita intima dei singoli e metterne a profitto passioni, desideri, talenti e inclinazioni. Non avrebbe dunque alcun senso opporre un catalogo di passioni positive ad un altro di passioni negative, e non solo per l’ambiguità che tutte le attraversa, ma perché le une e le altre possono essere messe al servizio del processo di accumulazione e a salvaguardia delle gerarchie sociali esistenti. Il neoliberismo non fa altro che includere ogni passione umana nel dispositivo, razionale (funzionale cioè alla crescita dei profitti) ed emotivo al tempo stesso, che gli è proprio: la competizione, non di rado declinata nella categoria morale del «merito» a sua volta imparentata con l’antica idea di «virtù». All’interno della quale il «capitale umano» di ogni singolo riceve l’occasione per accrescersi in quanto tale. Il matrimonio di interessi, per fare un solo esempio, esiste dalla notte dei tempi, ma dubito che qualcuno prima degli anni 80 del secolo scorso abbia mai sentito parlare di una relazione amorosa in termini di «investimento affettivo». Ora, caratteristica ineludibile di ogni competizione è che essa comporta vincitori e vinti. E sospinge i secondi, salvo conceder loro la possibilità di provarci una seconda volta, verso un unica «passione» (o grumo di passioni): il risentimento. Di questo stato d’animo Nietzsche e Max Scheler ci hanno spiegato l’essenziale: si tratta di una passione «reattiva» che non trae da sé alcuna forza, ma rovescia la sua impotenza vittimaria in virtù e in colpa il successo altrui. Consumandosi in un rancore incapace di agire, la massa dei perdenti invoca un vendicatore dei torti subiti. Che si tratti di un dio, di una religione, di una comunità immaginaria o dell’uomo forte. Di questa deriva Hans Magnus Enzensberger ci ha offerto una efficace descrizione in un breve scritto di alcuni anni fa intitolato Il perdente radicale. I perdenti globali Il risentimento è, insomma, la passione politicamente mobilitabile per eccellenza. La delega portata alle sue estreme conseguenze. Il mondo contemporaneo, dall’Isis alle destre identitarie e xenofobe che avanzano in Europa, ci offre una infinità di esempi della forma velenosa che lo stesso antiliberismo (ovviamente con tutti i compromessi del caso, stipulati dagli smaliziati condottieri di questi diseredati) può assumere tra i numerosi perdenti nella competizione globale. Il gioco di specchi tra competizione e risentimento domina, dunque, la scena, né può venirci in soccorso la distinzione tra passioni individuali e passioni collettive, potendo entrambi assumere l’una o l’altra forma. La prima come concorrenza tra nazioni (senza escludere l’eventualità della guerra) oltreché tra individui. Il secondo come frustrazione privata oltreché come odio razziale o «scontro di civiltà». Ginsborg e Labate propongono di opporre alla colonizzazione liberista dei desideri e dei comportamenti una sorta di «autogoverno» delle passioni che ne privilegi l’inclinazione verso l’armonia sociale e il rispetto per il bene comune. Magari coltivando combinazioni «equilibrate» di passioni diverse come fermezza e temperanza o «curiosità e privacy» ed escludendo quelle decisamente impresentabili. Quanto ai governanti poi, si suggerisce loro di mitigare il proprio narcisismo ricordando le severe virtù prescritte da Max Weber. Il rapporto tra politica e passioni prende insomma, nelle conclusioni degli autori, la forma di un galateo, se non proprio di un catechismo, delle relazioni sociali e del potere statale. Stendardi sanfedisti Una diffidenza di fondo nei confronti della libertà individuale (non a caso il tema della libertà è del tutto assente in questo testo, se non come sottrazione alle lusinghe del mercato) consegnata senza residui al neoliberismo conduce Ginsborg e Labate a prediligere come sede delle passioni migliori, e come interlocutore privilegiato dello Stato, le famiglie. Quelle per bene, naturalmente, che non giocano l’affettività interna contro il mondo esterno, aperte e solidali, bridging, secondo una terminologia sociologica che rimedia coi neologismi all’inconsistenza dei concetti. Ma soprattutto nucleo sociale nel quale la libertà di scelta dei singoli è limitata per definizione e fin dall’origine. La parola d’ordine che conclude questo viaggio disincarnato, contraddicendo ogni materialismo spinoziano e non, attraverso le passioni è «connettere la politica con la sfera familiare». Questa politica è lo Stato che, se saprà dimostrarsi «accogliente e incoraggiante», le famiglie sapranno rispondere positivamente appassionandosi alla causa comune. Se non fosse che, per questa volta, non si è voluto disturbare il padreterno non saremmo poi così lontani dallo stendardo sanfedista del Dio, Patria e Famiglia (lo Stato si suppone infatti essere quello nazionale). E siffatte conclusioni non dovrebbero affatto dispiacere a quei campioni dell’antiliberismo che rispondono ai nomi di Matteo Salvini e Victor Orban. NOTE 1. “…noi dobbiamo fermamente ritenere che ciò che ha un valore vero si attui nella pratica e si renda amato.” (W. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia, Firenze, 1a ed. anastatica 1973, 11a ristampa 1993, p. 39) Questo non significa necessariamente che la verità di una cosa sta nel fatto che “funziona”, ma che la sperimentazione scientifica è misura della verità sia che l’esperimento sia un successo oppure no, perché anche dagli errori si impara, e imparando si arriva al successo. 2. Mao Tse tung, Opere, ed. Rapporti Sociali, Milano, 1992, vol. 9. P. 67.

LA MALAFEDE DI ALBERTO ASOR ROSA

La malafede di Alberto Asor Rosa Il quotidiano Il manifesto, è nel pallone perché ha sempre attaccato il M5S in modo spudorato, affiancando così oggettivamente il golpe bianco di Napolitano del 2013 con tutto quello che ne è seguito, ma oggi non può non vedere le potenzialità di questo organismo, e come in esso convergano parecchi che vengono dalla sinistra e anche dal vecchio PCI, che sono giustamente niente affatto convinti dei pastrocchi sinistresi a partire dalla Sinistra Arcobaleno, ad ALBA (Alleanza Lavoro BeniComuni Ambiente) fino all’AltraEuropa o Italia per Tsipras. Quindi insiste nel tentare un colpo al cerchio e uno alla botte, con cadute pericolose, come quella odierna, in cui apre con un intervento di A. Asor Rosa. L’intervento mostra il punto in cui l’idiozia politica sconfina nella malafede, in cui uno che si è dichiarato comunista si rovescia in dichiaratamente reazionario, in cui Rosa si rovescia in Asor, cosa che, secondo lui, è legittima perché, dice, la sinistra è double face, il che è in perfetto stile con la Repubblica Pontificia, dove la doppiezza intellettuale e morale è norma, e i gesuiti la gestiscono, dal cardinale Bellarmino, il “poliziotto buono” nei processi a Galileo e Bruno cinquecento anni fa, a Bergoglio oggi. Qui arriva, senza vergogna, in un giornale che si dice comunista, a chiamare in suo aiuto Giovanni Gentile, che dai comunisti fu giustiziato. La ragione del degrado che questo uomo manifesta, al di là di interessi suoi specifici, poltrone da difendere, ville in Toscana da mantenere, sta nel fatto che gli manca la prospettiva che distingue i comunisti, cioè la rivoluzione socialista. Il sole dell’avvenire, che ha continuato a splendere nonostante Asor Rosa e soci, non lo illumina. Gli manca quindi cognizione del fatto che oggi per questa prospettiva la vittoria del M5S a Roma (ma anche a Torino) è un fatto eccellente (vedi http://www.nuovopci.it/voce/comunicati/com2016/com.16.06.10.html). È uno di quegli pseudo comunisti che oltre a seminare confusione tra le masse popolari alle masse popolari, che disprezza come fossero pecore che seguono il papa di turno, vorrebbe “togliere loro la gioia”, come ha detto in un suo post su Facebook Gaetano di Vaio (“Detesto certi comunisti che hanno usato il comunismo… Essere comunista per me è una gioia che proprio i pseudo comunisti mi volevano togliere”) Il nuovo movimento comunista sradica queste erbacce e coltiva questa gioia, e coltiva la conoscenza scientifica della realtà e della storia che questa gioia genera. L’ARTICOLO Il mio ragionamento è questo (per quanto possa risultare sgradevole, mi auguro che sia letto fino in fondo). 1) Qual è l’obiettivo politico-istituzionale, con cui una “sinistra” dovrebbe mirare (in Italia di sicuro, ma forse, in altre forme, anche nel resto d’Europa) per conseguire il governo del paese? Penso che in Italia, nell’attuale situazione storica, anzi, forse in una dimensione addirittura epocale, non ci sia altra risposta se non un governo, fortemente ragionante e solidamente strutturato, di centro-sinistra. Gli uomini di sinistra che pensano attualmente ad altro, non sbagliano: vaneggiano. 2) Controprova. Perché le liste dichiaratamente di sinistra pressoché dappertutto al primo turno delle elezioni comunali, il 5 giugno scorso, hanno ricevuto così pochi consensi, sproporzionati persino al livello attuale di contestazione che nel paese (comitati, associazioni, gruppi spontanei, sindacati, ecc. ecc.) sembrerebbe invece persino esser cresciuto nel corso degli ultimi anni? Perché non dichiaravano soluzioni politico-istituzionali credibili ma solo un lungo elenco di denunce e di proteste (assolutamente giuste, in sé considerate). La gente, anche se ti è vicina, non ti vota se non hai da proporre soluzioni politico-istituzionali credibili. 3) Esiste per la nostra sinistra una soluzione politico-istituzionale credibile, e magari autorevole, e cioè un governo di centro-sinistra ragionante e solidamente strutturato, senza il Pd? Non esiste. E perché? Perché non sono alle viste soluzioni alternative di nessun tipo. Qui, anche da questo punto di vista, mi guardo intorno, e all’interrogazione si mescola qualche punta di stupefazione. Può la sinistra italiana costruire un governo di centro-sinistra, – o qualcosa che seriamente gli equivalga, – con il Movimento 5Stelle? E’ evidente per me che non può. Per almeno tre buoni motivi: a) Il Movimento 5 Stelle in realtà non è un movimento vero e proprio (come, ad esempio, Podemos in Spagna), e tanto meno un partito: è il prodotto, senza dubbio indovinato, della ditta Grillo-Casaleggio, che all’occorrenza, come abbiamo visto recentemente, si trasmette addirittura per via ereditaria; dove di conseguenza il comando, discende esclusivamente dall’alto; e non consente nessuna democrazia interna (c’è bisogno di fare esempi?); e non manifesta in realtà nessuna simpatia neanche per le forme esterne, generali, della democrazia; b) Il Movimento 5Stelle rappresenta l’espressione pura e semplice, e, se si vuole, più diretta e autentica, di quell’inquieto disagio di massa, prodotto inevitabile e perciò estremamente diffuso della crisi della democrazia rappresentativa e del sistema dei partiti in Italia; è, culturalmente e idealmente, più vicino alla Lega di Salvini e all’Ukip di Farange che non ai resti della vecchia sinistra (tant’è vero che, laddove si può, si predispongono a scambiarsi voti al ballottaggio nel nome del comune odio al sistema); i candidati e le candidate che lo rappresentano sono uomini e donne partoriti direttamente dalla crisi della massa, parlando la lingua balbettante e informe dei loro consimili, e perciò sono così popolari (qualche risorgente simpatia elitista? Ebbene sì); c) La combinazione “disagio incontrollabile della massa – comando indiscusso e indiscutibile dei Capi” (non ci vuol molto a capire che fra le due cose corre una relazione), ricorda, naturalmente con i necessari ovvii punti di differenza, esperienze consimili già avvenute in Italia, ma, anche in questo caso, anche in Europa. Altro che Michels e Pareto! Ci vorrebbe un novello Giovanni Gentile, magari al livello degradato dei nostri tempi (ma forse oggi basta Grillo), per spiegare e apologizzare un fenomeno come questo. Naturalmente questo discorso non esclude che una quantità anche notevole di italiani onesti e disgustati dal sistema politico italiano abbiano aderito al M5S. Per questi elettori il ragionamento sarebbe diverso. Ma il voto no. 4) Dunque, se le cose stanno così, siamo di nuovo alla presunta inevitabilità dell’alleanza sinistra-Pd per preconizzare e preparare un governo di centro-sinistra, ragionante e solidamente strutturato, nel nostro paese. Ma chi è l’avversario attualmente più solido e autorevole della formula di governo denominata di centro-sinistra, almeno in Italia? Anche qui la risposta non è difficile. E’, senza ombra di dubbio, Matteo Renzi, che è, come noto, l’attuale segretario del Pd, oltre che capo di un governo tendenzialmente più di centro-destra che di centro-sinistra. La cosa è tanto paradossale, e anche scandalosa, in quanto la linea renziana è stata portata avanti con una situazione sostanzialmente favorevole alle Camere solo perché essa è stata creata con una proposta elettorale (appunto) di centro-sinistra. Per realizzarla, dunque, è stato necessario rovesciarla; e questo è stato possibile solo perché siffatta maggioranza si è adeguata senza sostanziale resistenza al mutamento, e con essa la maggioranza del partito, ossia del Pd. E allora? 5) Allora, è evidente che una linea di centro-sinistra può essere restaurata e praticata solo battendo Renzi nei suoi punti più vitali, che sono anche quelli cui lui attribuisce più importanza. E’ possibile? Osserverei questo. La linea Renzi, e quindi l’abbandono di una prospettiva di governo di centro-sinistra, sta chiaramente portando il paese, non solo a una sconfitta personale del Capo, ma ad una vera e propria catastrofe politica, istituzionale, economica e sociale: di cui altri, non la cosiddetta sinistra, ma una destra sempre più estrema, oltre che, ovviamente, il Movimento 5Stelle, si affretterebbero a giovarsi (come appunto sta già accadendo). A mio giudizio questa consapevolezza si sta sotterraneamente diffondendo, al di là della sfera, attualmente un po’ limitata, della nostra sinistra: nei grandi giornali d’informazione ne sono già comparsi i segni, e persino in qualche snodo della maggioranza (come sempre in Italia sono i vecchi democristiani ad aver fiutato il vento che cambia). Sembrava che fosse un condottiero instancabile e infallibile. E se fosse un perdente predestinato? Ha organizzato tutto per stravincere: e se per gli stessi motivi, come è sempre più probabile, fosse destinato alla più sonora delle sconfitte? 6) E’ evidente che la battaglia decisiva è quella sul referendum: anch’essa non priva di ambiguità, se è vero che a ottobre, per la prima volta in vita nostra, voteremo insieme con la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Tuttavia, bisogna assolutamente ottenere che al referendum vinca il no. Anche se più decisiva ancora del referendum costituzionale risulta per noi (noi sinistra) la nuova legge elettorale, l’Italicum. Sempre più lampante appare infatti che essa sia pensata, più che altri motivi, appositamente per rendere impossibile perfino sul piano istituzionale l’alleanza di centro-sinistra. Cambiare l’Italicum significa dunque, non soltanto assicurare al voto, in generale, migliori garanzie di correttezza istituzionale: ma rendere di nuovo possibile la prospettiva dell’alleanza di centro-sinistra. Del resto in Italia chi pensa di poter fare da sé, e fa da sé, spesso “ruina“. Nella storia recente è già accaduto almeno una volta. 7) Il problema ora è: come si arriva, se possibile, ordinatamente e ancora in forza, al voto di ottobre, e non in una situazione d’irrimediabile, – ripeto: irrimediabile, – catastrofe? Qui le strade, me ne rendo conto, si separano. Io penso che lavorare ora (ballottaggio delle comunali) per abbattere, o, peggio, contribuire ad abbattere Renzi sia un errore. Per arrivare a ottobre in condizioni di sopravvivenza (parlo in questo caso anche della sinistra strettamente intesa), e garantire la possibilità dell’unico passaggio positivo possibile, occorre che non prevalgano gli avversari più potenti e determinati della prospettiva di centro-sinistra, e cioè la Destra (sempre più estrema) e il Movimento 5Stelle. E occorre che il Pd, – attualmente di Renzi, ma domani chissà, non si disgreghi, non si disgreghi letteralmente sotto il peso di una clamorosa sconfitta, prima di essere messo in grado di riprendere la strada violentemente interrotta. Perciò io penso che i candidati Pd alla carica di sindaco, ovunque, ma soprattutto a Milano, Torino e Roma, vadano votati nelle consultazioni di ballottaggio (Napoli e, sul versante esattamente opposto, Sesto Fiorentino sono casi totalmente anomali, che non possono essere collocati all’interno di questa casistica). Ma: nel caso che il voto dia in questo senso un esito positivo, non potrebbe Renzi vantarsene per rafforzare la sua posizione? Sì, certo potrebbe. Ma ho già scritto in passato su questo giornale che ogni battaglia per la sinistra è sempre, di questi tempi, double face. In ogni occasione, e ad ogni snodo, bisogna scegliere nell’immediato il male minore, o, in prospettiva, e se ci si riesce, l’opportunità migliore e più desiderabile. Io direi che, in questo caso, puramente e semplicemente, non ne esiste un’altra.

INDICAZIONI DI VOTO PER L'11 GIUGNO

Gramsci voterebbe De Magistris a Napoli e Raggi a Roma. Guido Liguori, presidente della International Gramsci Society, (vedi la lettera aperta a lui rivolta dal (nuovo) PCI in http://www.nuovopci.it/dfa/avvnav45/avvnav45.html) non lo dice esplicitamente ma lo pensa in questo articolo che nel Manifesto di oggi è contrapposto a un altro, dove si dice perché si dovrebbe invece votare PD ai ballottaggi. Il Manifesto con l’operazione vorrebbe dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ma le ragioni di Liguori sono più consistenti di quelle di Floridia, secondo il quale ora dovremmo poter tornare al PD perché Renzi ha avuta la sberla e ha imparato la lezione, e d’ora in poi si comporterà bene, non farà più cose brutte, ecc. Liguori da un lato è minimalista, e spera in una alleanza tra 5Stelle e sinistra come c’è in Spagna tra Podemos e Izquierda Unida, ma dall’altro in lui brilla qualcosa di più ampio, appena distoglie lo sguardo dall’immediato e lo estende al secolo, tornando a Gramsci. Qui vede “una possibilità reale di autogoverno, non prevista da quella storia vista dagli elitisti come sempre uguale a se stessa”, e cioè non prevista da quella che chiama “elìte”, che in Italia oggi è quella che ha proposto come “nuovo” Matteo Renzi, fenomeno che si va consumando in fretta, come rapidamente si sono consumati i suoi predecessori, Monti e Letta, e come si va consumando definitivamente Berlusconi, che si presentava come esponente di una era e di una concezione, il “berlusconismo”. L’autogoverno delle masse popolari, la loro partecipazione nella gestione della società, è la strada maestra del futuro del nostro paese, e la costruzione nuove autorità pubbliche nei territori, di amministrazioni locali di emergenza, di un governo di emergenza è il modo in cui costruire tutto questo oggi. Quindi non è che “si può votare 5Stelle” e De Magistris oppure “si può votare PD”, ma non si deve votare PD, e si deve votare De Magistris a Napoli e Raggi a Milano.

Perché si può votare 5Stelle
Guido Liguori, 11.06.2016
Ballottaggio. La sinistra e i 5Stelle a piccoli passi Il voto del 5 giugno non può essere definito soddisfacente per la sinistra, che conferma uno zoccolo duro del cinque per cento oltre il quale oggi sembra non riesca ad andare. L’eccezione significativa è Napoli, e ci tornerò più avanti. Mentre il risultato di Cagliari non costituisce una eccezione, basandosi sulla alleanza tra sinistra e Pd, improponibile se proiettata su scala nazionale. I casi più evidenti sono quelli di Roma e Torino, con candidati noti e largamente condivisi come Fassina e Airaudo. Sarebbe ingeneroso imputare loro colpe specifiche: questi due risultati non fanno che confermare un dato non locale e non solo momentaneo. Né altre liste “più di sinistra” o “più di movimento” possono vantare risultati significativi, anzi. Alcune riflessioni e alcune ipotesi non scontate dunque si impongono. I 5s sono gli unici a uscire vincitori dal voto, e il secondo turno, comunque vada, non cambierà il fatto che essi sono oggi il primo partito in Italia, o possono diventarlo. I 5s prosciugano al momento l’area della protesta: lo si è detto e ripetuto, si è tentato e sperato di annullare o aggirare questo fatto, ma nonostante la zona di insofferenza per il renzismo si allarghi nel paese, la sinistra non intercetta lo scontento e sono solo loro a trarne giovamento. Intanto annotiamo che il movimento fondato da Grillo ottiene oggi il suo lusinghiero risultato introducendo forse a sorpresa un elemento in controtendenza con la personalizzazione della politica largamente diffusa: chi conosceva Virginia Raggi o Chiara Appendino prima che iniziasse la campagna per le comunali? È un fatto su cui riflettere. Esso indica che vi è un movimento di popolo che si esprime attraverso perfetti sconosciuti, tanta è forte la insofferenza per la classe politica. Con tanti saluti alla “democrazia del leader”. Un altro risultato importante che va riconosciuto ai pentastellati è il fatto che essi hanno fatto saltare il letto di Procuste a cui ci ha condannato nel 2008 il democratico Veltroni, cercando di amputare le “eccedenze”, come il celebre bandito della mitologia greca. Certo, tra le eccedenze c’era anche e soprattutto la sinistra, e Veltroni è riuscito per il momento nell’intento. Ma inaspettatamente altri soggetti sono usciti dal sottosuolo e hanno gridato il loro no. C’è chi dice no a una idea di democrazia “occidentale” a uso e consumo delle élites, dunque. In vista del prossimo referendum questo è un dato decisivo, per difendere la Costituzione e poi anche per affossare quell’Italicum che è la peggiore legge maggioritaria che abbia mai visto questo paese, peggiore della legge del fascista Acerbo del 1924 e della “legge truffa” del 1953. Questo fronte di lotta, di difesa della democrazia, resta quello fondamentale e va ricordato sempre, anche quando si vota per le comunali, poiché la difesa della democrazia è più importante dei treni in orario e delle strade pulite, che pure sono obiettivi a cui non rinunciare. Rileggendo quanto ho scritto, mi accorgo di aver usato termini (“classe politica”, “élite”) propri di quella teoria elitista che era sì una teoria reazionaria, ma con la quale già Antonio Gramsci aveva capito che si doveva fare i conti, anche se certo con l’intenzione di superarla, introducendo uno scarto democratico, una possibilità reale di autogoverno, non prevista da quella storia vista dagli elitisti come sempre uguale a se stessa. È contro una classe politica eternamente solidale nella difesa del privilegio e dell’imbroglio, che sono per Gaetano Mosca la vera essenza del parlamentarismo trasformistico, che il popolo del sottosuolo si è ribellato. È contro la legge della “circolazione delle élite” (le élites invecchiano e inevitabilmente vengono sostituite da élites più giovani, ma nulla cambia nella sostanza) di cui parla Vilfredo Pareto, che agiscono senza saperlo i peones che si ribellano nelle urne o nelle strade. È anche contro la “legge ferrea della oligarchia” operante persino nei partiti sedicenti di sinistra, legge denunciata dall’ex-militante della Spd di inizio ’900 Robert Michels, che il popolo dei 5s ha riempito le piazze, anche rispondendo a parole d’ordine demagogiche, alla famosa “antipolitica”, che certo però non è nata sotto i cavoli. Populismo, si dirà. Certo. Ma non tutti i populismi sono uguali. Vi sono populismi di destra e di sinistra. Vi è il populismo della Le Pen e il populismo di Podemos, ad esempio: hanno segni, cifre, orizzonti del tutto opposti. Se votassi in Spagna voterei per Izquierda Unida, senza dubbio. Ma sono molto contento che questo fronte di sinistra (nel quale da molti anni sono anche i comunisti) sia oggi alleato con Podemos nella coalizione elettorale Unidos Podemos, una sfida politica che ha per posta il governo del paese iberico. (E ripeto en passant che anche in Italia l’idea di una “izquierda unida”, di un “frente amplio” come quello che ha governato l’Uruguay per tanti anni, non era – e continua a non essere – affatto peregrina per la sinistra). Populista è anche De Magistris, si dice. E infatti aggira i partiti e instaura un contatto diretto col suo popolo. E attacca frontalmente il peggior populismo esistente, quello di Palazzo Chigi, che non sfonda anche per il servaggio che esibisce verso i vari potentati economico-finanziari. A Napoli De Magistris vince: è l’unico caso in cui la sinistra vince. Quando il sindaco di Napoli iniziò la sua avventura politica, fece notare in una intervista i due ritratti che aveva alle spalle nel suo ufficio: Che Guevara ed Enrico Berlinguer, il Berlinguer che andava in barca a vela scrutando l’orizzonte, affrontando a inizio anni ’80 – aggiungo –, dopo la brutta parentesi della “solidarietà nazionale”, il mare aperto del “rinnovamento della politica”, della questione morale, del ritorno alle lotte e ai movimenti. De Magistris non è né Che Guevara, né Berlinguer, per carità. Ma l’indicazione simbolica, benché parzialmente sincretica, era forte, e non è mai stata rinnegata. Piaccia o no, se ne vedono i frutti. Dunque, è possibile una alleanza tra la sinistra e un partito populista, per far saltare il tappo delle élites al potere? Forse sì. Ma ve ne sono le condizioni in Italia? No, oggi no. Possiamo però provare a costruirle. Iniziando da queste elezioni comunali. Che indicazioni di voto dare per i ballottaggi alle compagne e ai compagni, a questo cinque per cento che ancora ostinatamente si raccoglie intorno alle bandiere rosse della sinistra? Nessuna indicazione, tutti liberi di disperdersi tra astensione, voto masochista al Pd, voto in ordine sparso ai 5s? Sarebbe solo la non scelta di chi ha paura di dividersi. Bisognerebbe invece, con coraggio, fare un passo: offrire apertamente questi voti ai candidati 5s. In cambio di cosa? Non di posti o di potere, certo. In cambio di gesti simbolici e politici (la collocazione a Strasburgo, ad esempio) che facciano intendere, a noi e a tutti, che i 5s sono o vogliono essere, per dirne una, antifascisti e antirazzisti. La sinistra è nata due secoli fa per abolire il privilegio, per distribuire democraticamente potere e risorse: ci dicano se questo ci unisce o ci divide. Sarebbe, in caso di risposta positiva, un riconoscimento reciproco. I 5s credo non accetterebbero, oggi, come non ha in un primo tempo accettato Podemos in Spagna l’offerta di alleanza di Izquierda Unida. Beninteso, Podemos e 5s sono diversi. Ma la cocciutaggine dei fatti è la stessa, e opera potentemente in Italia come in Spagna. Non aspettiamo di subire gli aventi: prepariamoli. Anche molte compagne e molti compagni della sinistra che oggi giudicherebbero questa alleanza improponibile dovrebbero pian piano iniziare a pensarne la fattibilità e l’opportunità. Da qui potrebbe partire un discorso nuovo per la sinistra in Italia.

Perché si può votare Pd
Antonio Floridia, 11.06.2016
Ballottaggio. Renzi ha già preso il colpo, si può scegliere il sindaco I guasti che ha prodotto Renzi, il suo modo di fare, ancor prima che la sua strategia politica, si possono misurare con mano in questi giorni, avvicinandosi i ballottaggi. Questi, per la loro stessa natura, offrono sempre una possibilità di scelta che appare scomoda e insoddisfacente, per tutti coloro che al primo turno avevano scelto un’altra opzione. Tuttavia, in condizioni normali, un elettore ragionevole è in grado di misurare la distanza che separa le proprie idee da quelle dei due candidati rimasti in corsa. Questo sembra proprio non stia accadendo in questi giorni: in condizioni normali, per un elettore di sinistra, per quanto critico possa essere con il Pd, non dovrebbero esserci dubbi, posto di fronte alle alternative che si profilano nelle principali città italiane, ma anche in molti altri comuni. Sarebbe logico, comunque, votare per un esponente democratico, a fronte di alternative o apertamente di destra o ambiguamente impolitiche, come quelle incarnate dal M5S. Ma non è così: la scelta astensionista, o il dilemma tra l’astensione e il voto al M5S, sembra dividere apertamente quell’area di elettori che, al primo turno, avevano votato a sinistra. E rischia di dividere pesantemente anche una forza politica in costruzione, come Sinistra Italiana. Siamo di fronte ad uno dei frutti più avvelenati del renzismo. Ciò che ha ispirato Renzi, in questi anni, è una logica profondamente divisiva, anzi provocatoriamente divisiva: una logica da terra bruciata, tesa a delegittimare ogni possibile interlocutore alla propria sinistra, o che non appaia prono ai suoi voleri. Ma gli effetti perversi che tutto ciò ha prodotto sono ora evidenti. Muovendo dalla pretesa e dalla presunzione di costruire il Pd come un partito pigliatutto, e onnivoro e autosufficiente, il Pd si ritrova senza un sistema di possibili alleanze, senza alcun potere di coalizione, isolato nella sua (peraltro declinante) forza elettorale, anche quando questa (e non è il più il caso di Roma, ad esempio) è ancora notevole. I ballottaggi mettono a nudo, con crudezza, questa condizione di isolamento. Non solo, ma questa strategia ha finito per rivelarsi del tutto fallimentare anche da un altro punto di vista: la rincorsa all’anti-politica ha finito per legittimare la forza che dell’anti-politica fa la sua cifra dominante, ovvero il M5S, e per farne l’unico vero antagonista. E del resto, è chiaro: se scegli questa narrazione, ci sarà sempre qualcuno più anti-politico di te, e più credibile, da questo punto di vista. Qualcuno si sta chiedendo come mai il M5S non sia stato minimamente scalfito da due anni di dosi massicce di populismo renziano? E come, anzi, credo che analisi più approfondite lo dimostreranno – il M5S si stia radicando anche da un punto di vista territoriale, con una presenza diffusa anche nei centri urbani medio-piccoli? Si spiega così il fenomeno a cui stiamo assistendo: un elettore di sinistra, normalmente sbeffeggiato, perché mai dovrebbe ora correre in soccorso dei candidati democratici in difficoltà? E’ legittimo il sospetto che, una volta acquisiti questi voti, Renzi li possa usare secondo il suo stile e i suoi modi. E che tutto continui come prima. Tuttavia, qualche dubbio rimane, e un supplemento di riflessione appare auspicabile: questa reazione istintiva, del tutto comprensibile, alla fine produce qualcosa di buono, innanzi tutto per il governo di queste città (che rimane pur sempre la principale posta in gioco)? E poi, da un punto di vista politico, bisogna considerare un altro aspetto: il colpo a Renzi è stato già dato, e non sarà facile da riassorbire. Si è già creato un fatto politico incredibile, su cui pochi avrebbero scommesso qualcosa, ancora pochi mesi fa: ossia, Renzi è divenuto un indesiderabile, la sua presenza a fianco dei candidati sindaci giudicata contro-producente. Renzi sta cominciando a normalizzarsi (o sgonfiarsi): e quindi anche l’atteggiamento nei suoi confronti potrebbe anche uscire da una logica che, in definitiva, rischia di apparire subalterna: come se tutto dovesse essere valutato sempre e solo in funzione di quello che lui fa, dice o pensa di fare. Per questo, è possibile rivolgere agli elettori di sinistra un invito: città per città, sulla base di valutazioni necessariamente specifiche, non può essere considerata un’eresia il voto al candidato che esprime comunque un’opzione democratica. Forse, possiamo tornare a ragionare come si ragiona, normalmente, di fronte ad un ballottaggio: votare per chi, anche solo in parte, pensiamo possa essere un sindaco migliore.

giovedì 3 marzo 2016

ODIARE GLI INDIFFERENTI O ORGANIZZARLI?

Per una riflessione Su Gramsci, Odio gli indifferenti, La Città Futura, unico numero, 17 febbraio 1917.
A  quasi 100 anni dalla pubblicazione.

(di Igor Papaleo, Commissione Gramsci del Partito del CARC) 

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita”. È una delle più note e citate frasi di Antonio Gramsci. Secondo alcuni è un monito, secondo altri, un insegnamento. Per tutti quelli che la citano è convinzione che le cose non accadono tanto per opera di una ristretta minoranza (la classe dominante), ma piuttosto perché l'indifferenza della stragrande maggioranza (le masse popolari) lascia che accadano. Ciò che succede avverrebbe, quindi, perché le masse popolari non esercitano la loro volontà, lasciano che si varino leggi contro di loro, permettono che a governare siano persone indegne di amministrare la cosa pubblica. Si limitano, in alcuni casi, a lamentarsi delle miserie della vita e dell'umanità. Protestano. Rivendicano. Non agiscono.
Questa idea che le cose vanno male “perché le masse non si ribellano” è un pregiudizio molto diffuso. È una forma di opportunismo con cui fino a che si può ci si accontenta di ritenersi migliori degli altri come “differenti” rispetto agli “indifferenti”. Questo opportunismo diventa malafede per chi del diffondere simili pregiudizi ne fa un mestiere e cioè gli “intellettuali”, quelli che si qualificano tanto spesso come “intellettuali di sinistra”. Questi intellettuali manifestano sdegno e ostentano superiorità. Citano il Gramsci dell’“odio per gli indifferenti” perché, secondo loro, ognuno dovrebbe chiedersi  “se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Le cose andrebbero così male?”. O meglio, più precisamente, credendo che il loro ruolo si esaurisca nel dire quello che gli altri devono o dovrebbero fare, si domandano: “perché le masse popolari sono così sciocche da non accorgersi di quanto accade, da non ribellarsi a questo stato di cose, da non esercitare la propria volontà contro chi le sfrutta e le umilia?” In una sola espressione, “perché le masse sono così indifferenti alla sorte riservata loro da chi gestisce il potere? Eppure le cose sono così evidenti!” La conclusione cui questi intellettuali giungono è che le masse popolari sono ignoranti, arretrate e perciò sono indifferenti. Sostengono, più o meno apertamente, che oggi che un certo accesso all'istruzione pure è ancora garantito poiché conquistato, in altri anni, anche al prezzo di dure lotte, l'ignoranza è una colpa odiosa. L'indifferenza anche. Quindi, gli indifferenti vanno odiati. Questi intellettuali odiano gli indifferenti. Odiano chi non parteggia, dicono.

Parteggiare significa essere o prender parte a qualcosa o per qualcosa. Viene da chiedersi: questi intellettuali che citano Gramsci, per chi parteggiano? Fanno appello alle masse popolari, eppure le odiano, perché odiano la loro indifferenza. Puntano il dito contro gli sfruttatori, eppure non rispondono alla domanda che essi stessi si pongono (“se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”) scaricandola sulle masse. Da che parte stanno questi intellettuali? Qual è effettivamente il loro ruolo? Qual è il ruolo dell'intellettuale in relazione alle masse popolari ed il rapporto tra questi e quelle? Ecco la domanda chiave.
L'intellettuale parteggia se non si limita ad esporre tesi o a fare opinioni. Non può limitarsi ad essere presunta coscienza critica delle masse come il “grillo parlante” fu per pinocchio, né, men che meno, mero “pungolo critico” dell'ordine costituito, addossando, per giunta, responsabilità a tutti tranne che a sé stesso: alle masse poiché ignoranti e indifferenti ed alla classe dominante perché cattiva e sfruttatrice. L'intellettuale che parteggia non si limita ad indignarsi. Non si chiama fuori dalla lotta di classe. Non è arbitro né giudice. Parteggia, invece. Prende parte. Diventa un intellettuale organico alle masse popolari.
L’intellettuale è organico alle masse popolari quando è al loro servizio. Indica loro come partecipare nella pratica della lotta e, in certo modo, vi partecipa egli stesso. Non si limita a fare appelli dall’alto di presunte levature morali. Fa vedere alle masse popolari il passo concreto che possono e devono fare per avanzare nella lotta per la loro emancipazione e per non subire oltre l'iniziativa della classe dominante. Le masse popolari, del resto, imparano dalla pratica, non da declamazioni o dagli appelli. All’intellettuale organico sta il compito di assimilare e praticare una nuova morale. Formarsi ideologicamente per indicare la strada ed essere da esempio. È la riforma intellettuale e morale di cui ci dice Gramsci che spetta all’intellettuale partigiano.
La questione principale è, allora, innanzitutto la formazione di intellettuali organici alle masse popolari. Intellettuali che conoscano le condizioni materiali e spirituali in cui le masse vivono poiché dalle masse oggi essi provengono e, quindi, alle masse appartengono. Questi intellettuali devono tenere conto soprattutto del fatto che la concezione dominante tra le masse popolari è sempre quella della classe dominante. Ragion per cui chi parla o pretende di spiegare lo stato di sottomissione ideologica e morale in cui le masse versano e si limita solo a questo altro non scopre che un dato di fatto. La questione non è, dunque, quella di spiegare uno stato di cose, ma di trasformarlo.
Chi aspira a diventare intellettuale organico, oggi, in particolare nel nostro paese, deve fare leva sulle contraddizioni pratiche che le masse vivono imparando a mobilitarne, organizzarne e dirigerne gli elementi più avanzati. Deve spingerli e educarli, nella pratica e l'esempio di condotta e di morale e, tramite questi, spingere ed educare parti crescenti di masse popolari ad organizzare autonomamente la loro vita sociale collettiva in funzione dei loro stessi bisogni e interessi, a disobbedire alle leggi imposte loro dalla classe dominante, a costruire le loro forme di organizzazione e di potere. È così che l’intellettuale partecipa alla lotta per l’emancipazione delle classi oppresse ed assume ruolo dirigente in quella lotta. È così che l’intellettuale si rende organico al processo per creare le condizioni per un governo di emergenza che risponda agli interessi immediati delle masse popolari, un governo delle masse popolari organizzate, il Governo di Blocco Popolare.
Parlare di intellettuali organici al plurale, però, non è corretto. Parlarne al plurale è come contrapporre alla somma degli intellettuali che pontificano sull’indifferenza delle masse una somma che, invece, si comporta nel modo giusto. Anche questo, in un certo senso, è approccio “moralista” e che non si eleva da quell’individualismo, fosse pure la sua somma, che è proprio agli intellettuali. Gli intellettuali organici sono, invece, forza collettiva. L’intellettuale organico alle masse è uno: il Partito. Un intellettuale collettivo, appunto. Parteggiare, allora, non è più solamente “prender parte”, “essere partigiano”. Parteggiare significa diventare partito, essere partito. È Gramsci stesso che matura questo passaggio, tra il 1917 e il 1921. Passaggio che è alla base del processo che portò la frazione comunista in seno al PSI a diventare Partito.
Il Partito è dirigente ed educatore collettivo. Analizza il movimento spontaneo delle masse e la loro coscienza, distingue il positivo dal negativo, elabora, cioè, la loro esperienza traendone bilancio e, da questo, costruisce teoria, per riportarla alle masse popolari, dando loro uno strumento perché ne sperimentino l’efficacia. Il Partito indica loro il passo concreto che possono fare, la concatenazione tra i passi che devono compiere e la prospettiva nella quale quei passi si inseriscono. Questa è la teoria rivoluzionaria che serve al movimento rivoluzionario. Questo concretamente significa, in questa fase storica, per il nostro paese in particolare, educare le masse ad avanzare per la costruzione del Governo di Blocco Popolare, che acutizzerà la lotta tra mobilitazione rivoluzionaria e mobilitazione reazionaria fino allo scontro aperto.

Il Partito dei CARC, in questa fase, ha il compito di creare le condizioni per il Governo di Blocco Popolare. I membri del Partito dei CARC, per diventare capaci di creare queste condizioni, devono trasformarsi, ovvero devono compiere la riforma intellettuale e morale, necessaria a questa fase storica. Necessaria a organizzare e dirigere la combattività diffusa della masse popolari. Il contributo scientifico su questa riforma che il Gramsci imprigionato dal Tribunale Speciale del Fascismo è di prima grandezza. Altro che “odiare gli indifferenti”, allora! Sono i comunisti, innanzitutto loro, noi, che dobbiamo trasformarci. La riforma morale ed intellettuale dei comunisti viene prima della riforma morale ed intellettuale delle masse popolari. Non si può chiedere, dunque, alle masse popolari che facciano già quello che i comunisti solo ora stanno imparando a fare. “Il problema delle masse popolari, del loro movimento di emancipazione dalla borghesia e dal clero, è il livello intellettuale e morale dei propri dirigenti. Le masse popolari dispiegano la loro combattività solo se si forma un Partito comunista capace di dirigerle. Finché non abbiamo raggiunto questo risultato, il fronte principale sta nella costruzione di un Partito di questo genere. Noi non lo siamo ancora”, si dice in VO48 (Elevare la nostra pratica all'altezza della nostra teoria, pp. 15-17).
Concretamente questo significa, per i comunisti, innanzitutto studiare e assimilare la teoria rivoluzionaria (riforma intellettuale) mettendo coerentemente al centro della loro vita la lotta di classe (riforma morale). La teoria è l'arma pratica della trasformazione di loro stessi e della società. La trasformazione della società è possibile se e solo se i comunisti “si connettono” – diceva Gramsci nei Quaderni – alle masse popolari, se non si limitano ad arringarle o, peggio ancora, ad odiare le loro arretratezze. Connettersi alle masse significa comprendere la dialettica e le concatenazioni tra le lotte particolari (lotta di vertenza o di difesa) e gli obiettivi politici generali (lotta rivoluzionaria) e, quindi, orientarle in modo che le lotte particolari vivano e si dispieghino in quella generale. Perché è la lotta generale, oggi, l’unica possibilità di vittoria concreta e non transitoria, delle lotte particolari. Saper parlare alle masse, dunque, significa innanzitutto imparare a farlo. Parlare alla mente delle masse e al loro cuore. Averne fiducia. Avere fiducia nella possibilità stessa della trasformazione e nella vittoria del movimento rivoluzionario. Amarle, in un certo senso.
La concezione comunista non è, però, – per dirla proprio con Gramsci – “focolaio di fede”. Avere fiducia nella trasformazione e nella vittoria della rivoluzione non significa averne approccio “religioso”. La concezione comunista che guida l’azione dei comunisti è strumento pratico dell'organizzazione cosciente della vita sociale collettiva delle masse popolari. È così che, ad esempio, in fabbrica, non basta affermare solo in linea di principio che è legittimo violare la disciplina aziendale (leggi antisciopero, straordinari obbligatori, ecc.) se questo è conforme agli interessi generali della classe operaia e, magari, prendersela con quanti ancora non lo capiscono, non vogliono capirlo o non sono d’accordo, ma occorre promuovere, concretamente, la mobilitazione morale e pratica degli elementi più avanzati della classe operaia affinché maturino coscienza della forza della classe operaia, che imparino a farla valere, che sperimentino misure pratiche di una governabilità alternativa rispetto a quella dei padroni. La forza della classe operaia è immediatamente nel suo numero – diceva già Marx – ma la classe operaia diventa forza politica in grado di trasformare il mondo sviluppando organizzazione e avanzando nella coscienza di essere classe rivoluzionaria che emancipando sé stessa, emancipa la società per intero. È sulla base di questo che costruire oggi Organizzazioni Operaie trasversali ai diversi stabilimenti o alle sigle sindacali di appartenenza dei singoli operai che si colleghino e si coordino con le Organizzazioni Popolari (comitati popolari, civici, di scopo o di quartiere, associazioni, collettivi, realtà dell'autorganizzazione sociale, ecc.) attive sul territorio dove quelle fabbriche sono situate, affinché imparino ad agire, insieme, come Nuove Autorità Pubbliche che contendono potere al potere costituito è oggi la chiave di volta per la costruzione della rivoluzione anche nel nostro paese, un paese imperialista nella sua peculiarità di Repubblica Pontificia. Così la resistenza sociale oggi diffusa tra le masse passa alla controffensiva organizzata, la resistenza spontanea o di vertenza all'iniziativa politica di masse popolari che sperimentano soluzioni concrete a bisogni concreti, forme di organizzazione autonome, governo popolare del territorio. Fanno scuola di comunismo, cioè nel corso delle loro lotte particolari comprendono il nesso tra la singola lotta e la lotta generale per la trasformazione rivoluzionaria della società, per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.
Noi, comunisti italiani, abbiamo oggi il dovere e la necessità di riconsiderare in senso critico anche le parole di Gramsci, il più importante dirigente comunista del nostro paese. Farlo a maggior ragione considerando che il Gramsci che “odia” gli indifferenti non è ancora il Gramsci dirigente comunista del PCd’I e dell’Internazionale Comunista. Molto diverse – e spesso opposte – infatti, saranno le sue posizioni quando, per il suo ruolo politico, sarà incarcerato dal fascismo fino alla morte. 

Considerare criticamente le parole di Gramsci, leggerle nella giusta contestualizzazione storica e prospettiva, ci permette di riflettere innanzitutto sul rapporto tra comunisti e masse popolari. I comunisti si pongono in maniera diversa rispetto alle masse. Non sono sullo stesso livello delle masse popolari, ma ne sono avanguardia. Recriminare, dunque, sulle “arretratezze delle masse popolari” significa scaricare sulle masse le proprie responsabilità di dirigenti. Questa è l’attitudine della sinistra borghese quando parte dalla falsa premessa che l’uguaglianza sia un dato di partenza – basta, forse, declamare l’uguaglianza affinché l’uguaglianza ci sia? – e non, invece, un punto di arrivo,  un obiettivo della lotta per il socialismo. In una società divisa in classi non siamo tutti uguali, non partiamo dallo stesso punto e, quindi, non abbiamo tutti la stessa capacità di comprendere la realtà. La sinistra borghese fa propria la concezione della borghesia secondo cui l’uguaglianza è realizzata, perché, formalmente, siamo tutti uguali di fronte alla legge, tutti godiamo degli stessi diritti civili e politici attivi e passivi, tutti hanno le stesse possibilità di capire e la libertà di fare. Ne consegue che chi non capisce, non capisce per sua stupidità, chi non si libera, non si libera per sua viltà. La sinistra borghese fa propria questa concezione nel modo distorto, rovesciato, come fece Pasolini al tempo o Eco, più di recente: se proletari e operai pensano ormai come i borghesi, l’unica speranza dell’umanità sarebbero coloro “che capiscono come vanno le cose” e che, in quanto tali, sono “diversi”, i “differenti” e perciò migliori. Il resto – per citare proprio Eco – semplicemente dei “coglioni”.
Odiare le masse popolari è considerarsi altro da loro, al di sopra di loro. In entrambi i casi, è ignoranza della giusta dialettica tra comunisti e masse popolari, per ingenuità o per malafede. Noi comunisti, invece, non possiamo né dobbiamo ripetere acriticamente le parole di Gramsci né esaltarle. Dobbiamo riflettere, distinguere, esercitarci criticamente per formarci come dirigenti delle masse. “Il legame tra i dirigenti (i comunisti) e le masse non consiste principalmente nel trasmettere la coscienza comunista alle masse, ma consiste principalmente nel far partecipare le masse, nella pratica, alla Guerra Popolare Rivoluzionaria. Per farlo, i comunisti fanno leva sulle contraddizioni pratiche che le masse vivono, sulle condizioni di coscienza in cui le masse si ritrovano, sul ruolo della sinistra delle masse e le sue distinte relazioni con il centro e con la destra, ecc. [Questa è la linea di massa: il principale strumento di direzione dei comunisti tra le masse popolari, ndr.]. La riforma intellettuale e morale è attuale e urgente per i comunisti, per quanti vogliono essere e fare i comunisti (per questo oggi la riforma morale e intellettuale come processo urgente e pratico è incomprensibile agli esponenti della sinistra borghese e a tutti quelli che sono succubi alle sue concezioni e non è accettata da quanti, nelle nostre fila, si ostinano a restare a un'adesione identitaria al socialismo).” (P.CARC, Circ. DN 17/2014).

Un’ultima considerazione: l’indifferenza presuppone l’idea che, generalmente, le masse popolari conducano la loro vita e il loro lavoro placidamente, per quanto miserevole possa essere, senza curarsi delle soluzioni della loro condizione, senza curarsi della loro emancipazione, accettando passivamente, con bovina quiescenza, lo stato in cui versano. Presuppone l’idea che le masse popolari siano, in un certo senso, “pacificate”. Presuppone che il popolo sia bue. L’analisi concreta della situazione concreta ci consente davvero di dire che le masse sono generalmente “pacificate”, indifferenti, placide? In realtà, il movimento di resistenza sociale spontanea alla crisi – la parte più avanzata delle masse popolari – è diffuso da un capo all'altro del Paese (anche geograficamente, dalla Val di Susa in Piemonte, a Niscemi in Sicilia). Gli elementi di ingovernabilità, per la classe dominante, si moltiplicano ovunque, seppur in maniera ancora non organizzata: dall'occupazione spontanea delle case, agli scioperi fiscali o dei ticket sanitari, da comitati civici che si occupano dei loro territori (pulizie, recupero parchi, ecc.) al ritorno della lotta operaia (gli scioperi che si susseguono e i 148 fronti di vertenza aperti dai lavoratori in altrettanti stabilimenti). Questo è ben altro che “indifferenza”! Oggi le masse sono pronte alla mobilitazione. Anzi, la loro mobilitazione, rivoluzionaria se condotta dai comunisti o reazionaria se lasciata alla direzione della borghesia e del suo clero, è il terreno principale di contesa della lotta di classe. Concentrarsi, dunque, sugli elementi più avanzati e coscienti delle masse popolari è quanto è necessario per orientarne e dirigerne la mobilitazione e l'organizzazione, ovvero per creare le condizioni del Governo di Blocco Popolare. 

Il ruolo dei comunisti è questo ed è determinante. La nostra formazione come intellettuali organici alle masse ed alla classe operaia più necessaria che mai. La riforma intellettuale e morale innanzitutto nostra (dei comunisti), per adeguare la nostra pratica all'altezza della nostra teoria, è urgente e preliminare.
In conclusione, i comunisti non odiano gli indifferenti. I comunisti si formano come intellettuali organici alle masse ed alla classe operaia, portando loro la coscienza che viene dalla pratica del ruolo storico che hanno. Questo significa costruire la rivoluzione, costruire il socialismo, per la prima volta nella storia in un paese imperialista. Questo, in definitiva, è l’atto di amore più grande, la più alta “connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione” di cui parla Gramsci in carcere, quando di fronte ai boia fascisti, la scienza che ha acquisito come dirigente comunista lo rende fermo nella concezione del mondo e nella fiducia nelle masse popolari. Altro che odiare gli indifferenti! Gli “indifferenti” sono il terreno di battaglia dello scontro tra mobilitazione rivoluzionaria e mobilitazione reazionaria. Nella guerra che oppone noi comunisti allo Stato della borghesia imperialista, dobbiamo e possiamo conquistarne menti e cuori.