Da alcuni giorni riflettiamo sulla diffusione di una
lettera di Julián Isaías Rodríguez Díaz -
Ambasciatore in Italia della Repubblica Bolivariana del Venezuela, pubblicata il 21 dicembre
scorso nel sito d’informazione di una organizzazione nota come Rete dei
Comunisti (RdC). [1] La
lettera è anticipata da una presentazione in cui si avanzano denigrazioni non
si sa bene contro chi, visto che l’autore della presentazione non dice a chi si
riferisce. Questo di tirare il sasso e nascondere la mano, di dire il
peccato e non il peccatore, è un difetto grave, che dipende da ragioni
storiche: nella penisola italiana ha mantenuto il potere per secoli una forza
feudale, il papato, e ancora oggi costituisce uno dei centri di potere più
importanti in Italia, per certi versi il potere più importante, perché occulto,
perché agisce dietro le quinte. Questo ha avuto una influenza nefasta sulle
masse popolari del nostro paese, e ha giustificato e diffuso il metodo
dell’ipocrisia, dell’intrigo, del presentarsi in un modo ed essere in un altro.
Questo ha avuto effetto anche nel movimento comunista del nostro paese: ha consentito
che soggetti che non sono comunisti si presentassero come tali, che soggetti
che si dichiarano come rivoluzionari allo stesso tempo dichiarano che la
rivoluzione non è possibile, come uno che si dichiarasse fornaio e allo stesso
tempo non solo dicesse che lui non può fare il pane, ma che non lo può fare
nessuno.
Rete dei Comunisti rischia di
continuare con questa linea. Come il fornaio nega che qualcuno possa fare il
pane, dirigenti di questo gruppo negano che si possa fare la rivoluzione
socialista. Come ha detto il Console della Repubblica Bolivariana del Venezuela
a Napoli Bernardo J. Borges, il 31 ottobre 2009, al Secondo Congresso del
Partito dei CARC tenutosi a Viareggio: “Le masse nel nostro paese hanno chiaro
che l’unica maniera non solo per organizzarsi socialmente, ma per salvare il
mondo, è il socialismo.”[2]
Quindi il socialismo, per il mondo, è come il pane, ma Rete dei Comunisti nega
che questo pane possa essere fatto per le masse popolari italiane, se non in un
lontano futuro, quando saremo tutti morti di fame. Magari pensano che il
socialismo si sta facendo in Venezuela, ma in Italia no. Luciano Vasapollo
questo dice, e noi, Commissione Gramsci, lo citiamo perché va in giro per il
mondo, e pure in Venezuela, a falsare il contributo di Antonio Gramsci, facendo
così danno al movimento comunista del nostro paese e al movimento comunista
internazionale.
Noi pensiamo che il socialismo è la
salvezza del mondo e quindi anche del nostro paese, che va costruito anche nel
nostro paese e, diversamente da chi dice che in Italia non si può e in
Venezuela sì, diciamo che, al contrario, i processi rivoluzionari dei due paesi
sono intrecciati. I passi avanti che si fanno in uno si riflettono
immediatamente nell’altro, e perciò la solidarietà è, per noi, modo di crescere
in forza, e motivo di contentezza, come diceva sempre Borges sette anni
fa: “Sono contento di essere qui, non
potere capire quanto, perché vedo tante similitudini tra noi e voi, su quello
che dobbiamo fare.”[3]
Diversamente, dirigenti di Rete dei
Comunisti disseminano tra le masse popolari del nostro paese dubbi, esitazioni,
scoramento, depressione, confusione, ognuno a suo modo. Disperdere tutto questo
e riportare allo sguardo e al pensiero trasparenza e lungimiranza è l’opera che
abbiamo intrapreso e che qui portiamo avanti.
All’opera!
Per un lavoro di dettaglio,
scientifico e professionale, mettiamo in casella lo scritto del redattore di
RdC.
Lo scritto in Contropiano
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Spiegazione e
commento.
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Il settarismo all’italiana fa solo
danni al Venezuela
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L’autore si riferisce ad alcuni
soggetti di cui parla la lettera dell’ambasciatore che va letta per capire a
chi si sta riferendo, visto che non lo dice apertamente. Non è che non parla
apertamente perché gli manca coraggio, ma perché, in generale, non può
presentarsi per quello che non è. In
molti scritti e convegni di RdC ci sono soggetti che si dannano nel
farfugliare e bofonchiare che vogliono la rivoluzione, e per questo si fanno chiamare comunisti e
contemporaneamente dicono che la rivoluzione non si può fare, cioè dicono
contemporaneamente una cosa e il suo contrario. Questo è un cascame della
politica dei gesuiti, che da cinque secoli si addestrano nell’arte di
esercitare il potere in modo indiretto, e a negare scienza ed evidenza, dal tempo
in cui bruciarono Giordano Bruno e costrinsero Galilei a negare che la terra
si muove sotto minaccia di tortura e morte.
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Riceviamo
e volentieri pubblichiamo la lettera dell'ambasciatore in Italia della
Repubblica Bolivariana del Venezuela.
La lettera
si riferisce ad una assai poco commendevole vicenda italica, tipica di un
modo di "far politica" che ha nulla a che vedere con la solidarietà
internazionalista e molto con l'ansia di apparire, individuale o di
microgruppi.
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Qui l’autore parla di individui senza
dire il nome, e di collettivi che, dice, sono molto piccoli. Vedremo poi che
l’ambasciatore si riferisce alla Rete Caracas ChiAma di Napoli, ma questo che
scrive qui dice che si tratta di una cosa tipica, e chiunque potrebbe
pensare che magari il tipo di cui si parla sei tu che stai leggendo.
Pure l’“ansia di apparire” potrebbe
riguardare tutti, e invece no: non riguarda i membri del (nuovo)Partito
comunista italiano, per le ragioni spiegate in nota.[4]
La forma, poi, compagni di RdC,
non è da rivoluzionari: provate a pensare frasi come “assai poco commendevole
vicenda italica” sulla bocca di rivoluzionari veri, quale fu, ad esempio, Chávez, che tutti lodano. Forse a Gramsci
capitò di parlare così, ma perché era in galera, e gli serviva usare frasi
contorte per farsi capire da chi di dovere, e non dai censori fascisti. Ma in
effetti questo scritto su Contropiano, più che contorto, è affettato, da
piccolo salotto borghese.[5]
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E' più
che ovvio, infatti, che nessun soggetto italiano possa pretendere la "rappresentatività
unica" dell'attività solidale nei confronti di un paese aggredito
dall'imperialismo statunitense. Ed è altrettanto ovvio che qualsiasi
forzatura – involontaria o peggio ancora volontaria – dell'unità nella
solidarietà non può che danneggiare gli interessi del paese cui viene
espressa.
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Bisogna fare un bilancio del
lavoro della Rete CaracasChiAma di Napoli negli ultimi anni. Un lavoro non si
giudica da fatti immediati. Ecco che questa vicenda, questa lettera
dell’ambasciatore che i dirigenti della RdC diffondono con la premessa che
sta a lato, ci dà occasione di farlo. Dopo il bilancio si può decidere se è
stato fatto o meno un buon lavoro. Dopo un esame dell’attività di un medico,
posso decidere se farmi visitare e curare da lui o da un altro. Nessun medico
pretende di essere l’unico, ma ci sono medici che curano e medici che lo
fanno peggio, o che non lo fanno, e così è in qualsiasi attività umana,
inclusa l’attività della solidarietà internazionale. I risultati sono ciò che
conta. Così deve essere anche nell’azione politica: si viene giudicati da
quello che si fa, non da quello che si dice o addirittura da quello che si
pensa.
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Nella
solidarietà internazionalista, infatti, al centro di tutto sta l'interesse
del popolo e della rappresentanza politica che si è liberamente scelto.
Nessuno "straniero" può pretendere di anteporre le proprie visioni,
ambizioni, ansie di protagonismo.
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La solidarietà internazionalista
riguarda non un popolo, ma almeno due, che sono tra di loro reciprocamente
solidali. Nessun esponente del movimento rivoluzionario di un paese può
interferire con il processo rivoluzionario in corso in un altro paese, e con
chi lo guida, e questo è un principio universale. È invece obbligatorio
contrastare tesi sbagliate che riguardano principi universali della teoria
rivoluzionaria, in qualsiasi paese vengano enunciate e da qualsiasi partito
vengano espresse. È altrettanto obbligatorio per ogni organismo comunista di
un paese contrastare altre forze del suo paese che tra le masse
popolari del suo paese diffondono diversione e confusione in tutti i
fronti della pratica rivoluzionaria, incluso quello della solidarietà
internazionalista. Dirigenti della RdC su Gramsci hanno detto il falso, in un
loro Forum dello scorso dicembre a Roma, e Luciano Vasapollo in Venezuela e
probabilmente anche altrove, scrive il falso.
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Sappiamo
da sempre che, purtroppo, il terreno della solidarietà internazionalista può
diventare invece un "campo ambito" per individui o microsoggetti
che poco hanno da dire o da fare nel blocco sociale del proprio paese. O
anche, in qualche caso, per soggetti assai poco raccomandabili.
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Poco raccomandabili! In Italia ci
si garantiscono privilegi, salti di carriera o a volte anche solo una
occupazione non per meriti, come nelle società borghesi normali, ma per
raccomandazione. Anche questo è chiaramente indizio del persistere del potere
feudale, dove avanza chi è amico del re o del papa, ed è conferma del
carattere particolare del regime del nostro paese, sintetizzato nel termine
“Repubblica Pontificia”.[6]
Si trova un potente che ci raccomandi presso i suoi amici potenti, e che ci trovi un posto di lavoro, una
casa, un posto in ospedale, oppure una carica, un posto all’università, in un
sindacato, in un partito, in parlamento. Non conta il merito, in Italia, ma
la raccomandazione. Posti di responsabilità, in Italia, sono occupati da
imbecilli, avventurieri, gente in malafede, sciacalli, pervertiti e criminali
di ogni varietà e sesso. Dire che uno è poco raccomandabile, in un sistema
del genere, è un titolo d’onore, nel senso che non ha amici potenti che lo
raccomandino, in un paese dove i più potenti sono la Chiesa di Roma e i suoi
funzionari.
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Come
sempre, non entriamo in polemiche inutili, o addirittura dannose per una
Rivoluzione che difendiamo, come in questo caso. Ogni lettore, ogni compagno,
ogni attivista internazionalista, ha qui un gran numero di spunti su cui
riflettere.
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Come sempre, non ti assumi
la responsabilità della critica aperta, ma tiri il sasso e nascondi la mano. Andiamo
a vedere di quali spunti stai parlando. Esaminiamo la lettera già citata.[7]
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La lettera
dell’ambasciatore
Riesce difficile comprendere la
lettera dell’ambasciatore per gran parte dei dettagli, che sono noti solo agli
addetti. E’ vero che è una lettera aperta, ma entro certi limiti, per
determinati referenti e per determinati scopi. Non è una lettera da diffondere, come hanno fatto sul sito di
Contropiano, letto da molti soggetti che non hanno elementi sufficienti per una
analisi concreta della materia e molti nemmeno interesse alla materia, a meno
che non gliela si spieghi bene, e non siano mostrati i nessi tra questo e gli
interessi e le aspirazioni delle masse popolari del nostro paese. A chi ha
preso l’iniziativa di diffondere la lettera dell’ambasciatore ancora manca il
modo di pensare e di agire necessario a chi si propone di trasformare il nostro
paese e il mondo, e in mancanza di questo pensa e agisce al vecchio modo, dei
politicanti borghesi, dei revisionisti moderni alla Togliatti, e infine dei
gesuiti. Tu che scrivi su Contropiano non spieghi nulla, ma inviti ciascuno a
trarre “spunti”, come fanno certi “consiglieri perfidi” (come il serpente Sir
Biss nel Robin Hood di Walt Disney) e quindi alimenti il tirare conclusioni
superficiali, la maldicenza, la malevolenza, l’ipocrisia che da secoli
impestano l’aria in un paese ancora oggi obbligato a mantenere un signore
feudale come il papa con la sua corte, e a inginocchiarsi di fronte a loro.
Invitiamo a leggere la lettera
dell’ambasciatore, ormai diffusa urbi et
orbi dal sito citato, e invitiamo
chiunque sia interessato alla materia e
sia onesto a dirci quali “spunti” ne trae, cosa ne capisce, in che senso lo
riguarda.
Si comprende che è una lettera in
cui
- 1. si tratta dei rapporti interni nel corpo diplomatico della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia,
- 2. si spiega che l’azione di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana è bene si estenda oltre gli ambiti in cui finora si è sviluppata.
Quanto al primo punto, non spetta ad alcuna
forza politica in Italia o altrove di interferire o commentare. Chiunque lo
faccia, esplicitamente o sottobanco, o fa una cosa stupida o è in malafede.
Quanto al secondo punto, chiunque
non può che essere d’accordo. Se finora la solidarietà con la Rivoluzione
Bolivariana ha avuto alcuni punti forti, è bene che d’ora in poi essa si
estenda oltre, nell’intero territorio nazionale. Diciamo di più: questo già è
avvenuto, con l’opera svolta in Puglia e in Romagna. Si può fare anche meglio.
Per farlo, è utile un bilancio del lavoro svolto dalla Rete CaracasChiAma, una
verifica di quanto è stato fatto di positivo e di quali sono stati i limiti,
in modo da rispondere a quanto l’ambasciatore dice, e cioè di fare iniziative
anche in Toscana, a Milano, a Trieste e dappertutto. Si tratta in particolare
di comprendere quali sono stati gli elementi grazie ai quali la rete è riuscita
a estendersi sul lato orientale del paese, in Puglia e in Romagna, e utilizzare
quegli elementi per estendersi oltre. Sicuramente, per quanto abbiamo
sperimentato nella pratica, il nodo napoletano della Rete è stato un punto
propulsivo dell’estensione della solidarietà a livello nazionale, e
- 1. riteniamo che questa capacità propulsiva vada coltivata e continui a dare frutti e
- 2. contribuisca in questo modo all'opera dell’Ambasciata per estendere la solidarietà all’intero paese.
Noi
Noi, come detto sopra,
coltiviamo da diversi anni relazioni con i rappresentanti della Repubblica
Bolivariana del Venezuela. Come Commissione Gramsci del Partito dei CARC
consideriamo punto di partenza l’iniziativa che tenemmo all’ex Asilo Filangieri
di Napoli nel dicembre 2014, cui presero parte Alfredo Viloria per
l’Ambasciata, la Console di Napoli e Indira Pineda, operatrice al Consolato di
Napoli. Di seguito il nostro partito ha preso parte a tutti gli incontri di
solidarietà della Rete Caracas Chiama, a Napoli, dove abbiamo radici forti e
una buona capacità di estensione, quindi a Roma, e anche in Puglia e fino a
Ravenna, dove sedi non ne abbiamo. Siamo stati sempre per una estensione della
solidarietà oltre gli ambiti di partenza, e perciò abbiamo mobilitato compagni
del Partito oltre i luoghi di appartenenza, sempre però tenendo conto che
bisogna rafforzare gli ambiti di partenza per arrivare lontano. Per quanto
abbiamo visto in questi anni l’attività della solidarietà verso il Venezuela ha
sempre avuto i suoi punti di forza a Roma e Napoli. Per quanto siamo intervenuti, abbiamo
sperimentato come effettivamente l’unità si costruisce. La si costruisce allo
stesso modo in cui si fa in Venezuela, e cioè legando chi si assume
responsabilità politica, responsabilità di direzione, alle masse popolari che
dirige, educandole a dirigersi e a diventare capaci di dirigersi da sé.
Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana significa quindi portare questa
esperienza nelle fabbriche, come all’ILVA di Taranto, tra i lavoratori portuali
in lotta, nei luoghi occupati, come l’ex OPG di Napoli e lil CSOA Terra Rossa di
Lecce, nei luoghi dove si lotta per i diritti degli immigrati, dei giovani,
delle donne, per un ambiente sano, nelle scuole dove insegniamo e impariamo a
pensare e ad agire come donne e uomini nuovi.
Ben vengano tutti, dalle
esperienze politiche più disparate, a parte i fascisti dichiarati, i sostenitori degli imperialisti, e i nemici
della Rivoluzione Bolivariana come certi anarchici e trotskisti che abbiamo
incrociato a Firenze e in altre città d’Italia quando abbiamo proposto
iniziative di solidarietà, e abbiamo dovuto ascoltare denigrazioni nei
confronti della Rivoluzione e di Chávez,
allora ancora fisicamente in vita. Ben vengano anche gli esponenti del
Movimento Cinque Stelle, il cui portavoce toscano è venuto a Firenze a una
iniziativa politica del partito dei CARC a dichiarare la loro solidarietà con
il Venezuela e con tutti i popoli in lotta contro l’imperialismo. Ben vengano
tutti, ma la prima forza del movimento rivoluzionario è nell’unità con le masse
popolari, con la classe operaia, con i lavoratori, in ogni paese del mondo.
La rivoluzione in
corso.
La rivoluzione non è una cosa che
scoppia, ma che si costruisce. Vale per il Venezuela e vale per l’Italia. Chávez interpreta giustamente Gramsci, citandolo in un
discorso in cui parla a centinaia di migliaia di persone, e dicendo che “il
vecchio muore, ma il nuovo ancora deve terminare di nascere”.[8]
Dirigenti di RdC indicono a Roma un Forum dove dicono a una cinquantina di
persone che “il vecchio muore, ma il nuovo non può nascere”, con il che vogliono dire che la rivoluzione è
impossibile, che chi dice che non solo è possibile ma è un lavoro in
costruzione è un tipo “poco raccomandabile”, e a giustificazione della loro
tesi, che la rivoluzione è impossibile, dicono che “si vede”.
Duemilacinquecento anni fa un greco disse che il sole è grande come una moneta
d’oro, ma di tempo ne è passato e si è capita la differenza tra l’apparenza e
la sostanza, anche se capirlo quando si tratta di chi è comunista e chi no
resta difficile. Certo in Venezuela prima che si facesse la rivoluzione ci
saranno stati molti che dicevano che la rivoluzione in quel paese era
impossibile. Ce ne sono dappertutto. C’erano ai tempi di Lenin, durarono a
parlare per anni e fino al giorno prima della caduta del Palazzo d’Inverno nel
1917, e ci sono anche qui in Italia. A differenza dei nemici dichiarati della
rivoluzione, questi dicono che la vogliono, ma che non è il momento. Sono un
problema con cui i comunisti che stanno costruendo la rivoluzione devono fare i
conti, come ha fatto Gramsci con Bordiga e come hanno fatto, di volta in volta,
Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao.
Di
sicuro, la costruzione della rivoluzione, il fare in Italia un Governo di
Blocco Popolare, il fare dell’Italia un nuovo paese socialista, darà una spinta
gigantesca ai movimenti rivoluzionari di tutto il mondo, e la Repubblica
Bolivariana ne trarrà un vantaggio almeno pari, ma probabilmente superiore, a
quello che trae dalla resistenza della Rivoluzione Cubana. Diversamente, senza
progresso della rivoluzione almeno in un paese imperialista, rivoluzioni come
quelle a Cuba, in Venezuela, paesi socialisti come la Corea del Nord, lotte
antimperialiste come quelle dei popoli arabi e musulmani e degli altri popoli
del mondo, guerre popolari come quelle nelle Filippine, in India, in Turchia,
avranno molte difficoltà a resistere e avanzare. Per questo il lavoro della
costruzione della rivoluzione in un paese imperialista come l’Italia va
sostenuto dai comunisti, dai rivoluzionari e dagli imperialisti di tutto il
mondo, così come i primi paesi socialisti, con l’URSS in testa, sostennero il
primo PCI in tutti i modi quando l’Italia era sotto il fascismo e durante la
guerra di Resistenza contro il nazifascismo. Purtroppo alla testa di quel PCI
negli anni ’50 dello scorso secolo si misero i revisionisti moderni, che
distrussero quanto conquistato, e non portarono il paese alla rivoluzione (su
Contropiano hanno scritto qualche anno fa che anche allora “non era il
momento”). Abbiamo capito il perché di quel fallimento, e questa volta
porteremo l’opera a termine. In questo ci dà forza l’esempio della Rivoluzione
Bolivariana, delle masse popolari che la costruiscono, di quelli che la
dirigono.
Commissione Gramsci,
1 gennaio 2017
[2]
Resistenza, nn. 11-12, novembre
dicembre 2016, in novembrehttp://www.carc.it/wp-content/uploads/2016/06/RE11.12-09.pdf
[3] Ibidem.
[4] Questo
partito, infatti, ha scoperto che per portare a compimento la rivoluzione
socialista anche in un paese imperialista è necessario organizzarsi
liberamente, e non sotto il controllo della borghesia imperialista, il nemico
che si opera per sconfiggere. È necessario quindi essere una organizzazione
clandestina. I membri del (n)PCI non possono quindi avere questa “ansia di
apparire”, ma proprio il contrario.
Il (nuovo)Partito comunista italiano è stato costituito
nel novembre 2004. Per informazioni, vedi www.nuovopci.it.
Molti dei suoi comunicati sono dedicati alla Rivoluzione Bolivariana in
Venezuela e a chi le ha dato avvio.
[5] Parlare
in modo poco chiaro è in linea, oltre che con la tradizione del papato, con
quella inaugurata da Togliatti e altri, che coprivano “le loro reali posizioni
con l’uso di un linguaggio oscuro, ambiguo e scarsamente intellegibile” (Alcune divergenze tra il compagno Togliatti
e noi, editoriale de Il Quotidiano
del Popolo, 31 dicembre 1962, in Opere
di Mao Tse tung, ed. Rapporti Sociali, 1994, vol. 19, p. 141, in http://www.nuovopci.it/arcspip/IMG/pdf/19.pdf)
[6]
Considerate alcuni degli ultimi presidenti del consiglio, Monti, formato in un
liceo classico dei gesuiti, Renzi, classico tipo allevato in parrocchia nella
Toscana della ” Chiesa di sinistra”, Gentiloni, nobile feudale, parente di
Ottorino Gentiloni, uomo di fiducia di Pio IX, che nel 1913 firmò il patto con
cui i cattolici tornarono a votare. Gentiloni fu addirittura maoista, quando
andava di moda, ma in tempi recenti è stato descritto come “uno che era
renziano prima di Renzi”. Bisogna stare parecchio attenti, dappertutto ma in
Italia in particolare, a quelli che si dichiarano di sinistra, comunisti o
magari addirittura maoisti.
[7] Vedi
sopra, Nota 1.



