"[...] nel periodo romantico della lotta, dello Sturm und Drang popolare, tutto l’interesse si appunta sulle armi più immediate, sui problemi di tattica, in politica e sui minori problemi culturali nel campo filosofico. Ma dal momento in cui un gruppo subalterno diventa realmente autonomo ed egemone suscitando un nuovo tipo di Stato, nasce concretamente l’esigenza di costruire un nuovo ordine intellettuale e morale, cioè un nuovo tipo di società e quindi l’esigenza di elaborare i concetti più universali, le armi ideologiche più raffinate e decisive. [...] Si può così porre la lotta per una cultura superiore autonoma; la parte positiva della lotta che si manifesta in forma negativa e polemica con gli a‑ privativi e gli anti‑ (anticlericalismo, ateismo, ecc.). Si dà una forma moderna e attuale all’umanesimo laico tradizionale che deve essere la base etica del nuovo tipo di Stato." (Antonio Gramsci, Q 11, nota 70)

domenica 1 gennaio 2017

SU UNA INIZIATIVA DELLA REDAZIONE DI CONTROPIANO - Considerazioni della Commissione Gramsci

Da alcuni giorni riflettiamo sulla diffusione di una lettera di Julián Isaías Rodríguez Díaz - Ambasciatore in Italia della Repubblica Bolivariana del Venezuela, pubblicata il 21 dicembre scorso nel sito d’informazione di una organizzazione nota come Rete dei Comunisti (RdC). [1] La lettera è anticipata da una presentazione in cui si avanzano denigrazioni non si sa bene contro chi, visto che l’autore della presentazione non dice a chi si riferisce. Questo di tirare il sasso e nascondere la mano, di dire il peccato e non il peccatore, è un difetto grave, che dipende da ragioni storiche: nella penisola italiana ha mantenuto il potere per secoli una forza feudale, il papato, e ancora oggi costituisce uno dei centri di potere più importanti in Italia, per certi versi il potere più importante, perché occulto, perché agisce dietro le quinte. Questo ha avuto una influenza nefasta sulle masse popolari del nostro paese, e ha giustificato e diffuso il metodo dell’ipocrisia, dell’intrigo, del presentarsi in un modo ed essere in un altro. Questo ha avuto effetto anche nel movimento comunista del nostro paese: ha consentito che soggetti che non sono comunisti si presentassero come tali, che soggetti che si dichiarano come rivoluzionari allo stesso tempo dichiarano che la rivoluzione non è possibile, come uno che si dichiarasse fornaio e allo stesso tempo non solo dicesse che lui non può fare il pane, ma che non lo può fare nessuno.
Rete dei Comunisti rischia di continuare con questa linea. Come il fornaio nega che qualcuno possa fare il pane, dirigenti di questo gruppo negano che si possa fare la rivoluzione socialista. Come ha detto il Console della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli Bernardo J. Borges, il 31 ottobre 2009, al Secondo Congresso del Partito dei CARC tenutosi a Viareggio: “Le masse nel nostro paese hanno chiaro che l’unica maniera non solo per organizzarsi socialmente, ma per salvare il mondo, è il socialismo.”[2] Quindi il socialismo, per il mondo, è come il pane, ma Rete dei Comunisti nega che questo pane possa essere fatto per le masse popolari italiane, se non in un lontano futuro, quando saremo tutti morti di fame. Magari pensano che il socialismo si sta facendo in Venezuela, ma in Italia no. Luciano Vasapollo questo dice, e noi, Commissione Gramsci, lo citiamo perché va in giro per il mondo, e pure in Venezuela, a falsare il contributo di Antonio Gramsci, facendo così danno al movimento comunista del nostro paese e al movimento comunista internazionale.
Noi pensiamo che il socialismo è la salvezza del mondo e quindi anche del nostro paese, che va costruito anche nel nostro paese e, diversamente da chi dice che in Italia non si può e in Venezuela sì, diciamo che, al contrario, i processi rivoluzionari dei due paesi sono intrecciati. I passi avanti che si fanno in uno si riflettono immediatamente nell’altro, e perciò la solidarietà è, per noi, modo di crescere in forza, e motivo di contentezza, come diceva sempre Borges sette anni fa:  “Sono contento di essere qui, non potere capire quanto, perché vedo tante similitudini tra noi e voi, su quello che dobbiamo fare.”[3]
Diversamente, dirigenti di Rete dei Comunisti disseminano tra le masse popolari del nostro paese dubbi, esitazioni, scoramento, depressione, confusione, ognuno a suo modo. Disperdere tutto questo e riportare allo sguardo e al pensiero trasparenza e lungimiranza è l’opera che abbiamo intrapreso e che qui portiamo avanti.


All’opera!
Per un lavoro di dettaglio, scientifico e professionale, mettiamo in casella lo scritto del redattore di RdC.

Lo scritto in Contropiano
Spiegazione e commento.
Il settarismo all’italiana fa solo danni al Venezuela
L’autore si riferisce ad alcuni soggetti di cui parla la lettera dell’ambasciatore che va letta per capire a chi si sta riferendo, visto che non lo dice apertamente. Non è che non parla apertamente perché gli manca coraggio, ma perché, in generale, non può presentarsi per quello che non è. In  molti scritti e convegni di RdC ci sono soggetti che si dannano nel farfugliare e bofonchiare che vogliono la rivoluzione,  e per questo si fanno chiamare comunisti e contemporaneamente dicono che la rivoluzione non si può fare, cioè dicono contemporaneamente una cosa e il suo contrario. Questo è un cascame della politica dei gesuiti, che da cinque secoli si addestrano nell’arte di esercitare il potere in modo indiretto, e a negare scienza ed evidenza, dal tempo in cui bruciarono Giordano Bruno e costrinsero Galilei a negare che la terra si muove sotto minaccia di tortura e morte. 
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera dell'ambasciatore in Italia della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
La lettera si riferisce ad una assai poco commendevole vicenda italica, tipica di un modo di "far politica" che ha nulla a che vedere con la solidarietà internazionalista e molto con l'ansia di apparire, individuale o di microgruppi.
Qui l’autore parla di individui senza dire il nome, e di collettivi che, dice, sono molto piccoli. Vedremo poi che l’ambasciatore si riferisce alla Rete Caracas ChiAma di Napoli, ma questo che scrive qui dice che si tratta di una cosa tipica, e chiunque potrebbe pensare che magari il tipo di cui si parla sei tu che stai leggendo.
Pure l’“ansia di apparire” potrebbe riguardare tutti, e invece no: non riguarda i membri del (nuovo)Partito comunista italiano, per le ragioni spiegate in nota.[4]
La forma, poi, compagni di RdC, non è da rivoluzionari: provate a pensare frasi come “assai poco commendevole vicenda italica” sulla bocca di rivoluzionari veri, quale fu, ad esempio, Chávez, che tutti lodano. Forse a Gramsci capitò di parlare così, ma perché era in galera, e gli serviva usare frasi contorte per farsi capire da chi di dovere, e non dai censori fascisti. Ma in effetti questo scritto su Contropiano, più che contorto, è affettato, da piccolo salotto borghese.[5]
E' più che ovvio, infatti, che nessun soggetto italiano possa pretendere la "rappresentatività unica" dell'attività solidale nei confronti di un paese aggredito dall'imperialismo statunitense. Ed è altrettanto ovvio che qualsiasi forzatura – involontaria o peggio ancora volontaria – dell'unità nella solidarietà non può che danneggiare gli interessi del paese cui viene espressa.
Bisogna fare un bilancio del lavoro della Rete CaracasChiAma di Napoli negli ultimi anni. Un lavoro non si giudica da fatti immediati. Ecco che questa vicenda, questa lettera dell’ambasciatore che i dirigenti della RdC diffondono con la premessa che sta a lato, ci dà occasione di farlo. Dopo il bilancio si può decidere se è stato fatto o meno un buon lavoro. Dopo un esame dell’attività di un medico, posso decidere se farmi visitare e curare da lui o da un altro. Nessun medico pretende di essere l’unico, ma ci sono medici che curano e medici che lo fanno peggio, o che non lo fanno, e così è in qualsiasi attività umana, inclusa l’attività della solidarietà internazionale. I risultati sono ciò che conta. Così deve essere anche nell’azione politica: si viene giudicati da quello che si fa, non da quello che si dice o addirittura da quello che si pensa.
Nella solidarietà internazionalista, infatti, al centro di tutto sta l'interesse del popolo e della rappresentanza politica che si è liberamente scelto. Nessuno "straniero" può pretendere di anteporre le proprie visioni, ambizioni, ansie di protagonismo.
La solidarietà internazionalista riguarda non un popolo, ma almeno due, che sono tra di loro reciprocamente solidali. Nessun esponente del movimento rivoluzionario di un paese può interferire con il processo rivoluzionario in corso in un altro paese, e con chi lo guida, e questo è un principio universale. È invece obbligatorio contrastare tesi sbagliate che riguardano principi universali della teoria rivoluzionaria, in qualsiasi paese vengano enunciate e da qualsiasi partito vengano espresse. È altrettanto obbligatorio per ogni organismo comunista di un paese contrastare altre forze del suo paese che tra le masse popolari del suo paese diffondono diversione e confusione in tutti i fronti della pratica rivoluzionaria, incluso quello della solidarietà internazionalista. Dirigenti della RdC su Gramsci hanno detto il falso, in un loro Forum dello scorso dicembre a Roma, e Luciano Vasapollo in Venezuela e probabilmente anche altrove, scrive il falso.
Sappiamo da sempre che, purtroppo, il terreno della solidarietà internazionalista può diventare invece un "campo ambito" per individui o microsoggetti che poco hanno da dire o da fare nel blocco sociale del proprio paese. O anche, in qualche caso, per soggetti assai poco raccomandabili.

Poco raccomandabili! In Italia ci si garantiscono privilegi, salti di carriera o a volte anche solo una occupazione non per meriti, come nelle società borghesi normali, ma per raccomandazione. Anche questo è chiaramente indizio del persistere del potere feudale, dove avanza chi è amico del re o del papa, ed è conferma del carattere particolare del regime del nostro paese, sintetizzato nel termine “Repubblica Pontificia”.[6] Si trova un potente che ci raccomandi presso i suoi amici potenti,  e che ci trovi un posto di lavoro, una casa, un posto in ospedale, oppure una carica, un posto all’università, in un sindacato, in un partito, in parlamento. Non conta il merito, in Italia, ma la raccomandazione. Posti di responsabilità, in Italia, sono occupati da imbecilli, avventurieri, gente in malafede, sciacalli, pervertiti e criminali di ogni varietà e sesso. Dire che uno è poco raccomandabile, in un sistema del genere, è un titolo d’onore, nel senso che non ha amici potenti che lo raccomandino, in un paese dove i più potenti sono la Chiesa di Roma e i suoi funzionari.
Come sempre, non entriamo in polemiche inutili, o addirittura dannose per una Rivoluzione che difendiamo, come in questo caso. Ogni lettore, ogni compagno, ogni attivista internazionalista, ha qui un gran numero di spunti su cui riflettere.
Come sempre, non ti assumi la responsabilità della critica aperta, ma tiri il sasso e nascondi la mano. Andiamo a vedere di quali spunti stai parlando. Esaminiamo la lettera già citata.[7]

La lettera dell’ambasciatore

Riesce difficile comprendere la lettera dell’ambasciatore per gran parte dei dettagli, che sono noti solo agli addetti. E’ vero che è una lettera aperta, ma entro certi limiti, per determinati referenti e per determinati scopi. Non è una lettera da diffondere, come hanno fatto sul sito di Contropiano, letto da molti soggetti che non hanno elementi sufficienti per una analisi concreta della materia e molti nemmeno interesse alla materia, a meno che non gliela si spieghi bene, e non siano mostrati i nessi tra questo e gli interessi e le aspirazioni delle masse popolari del nostro paese. A chi ha preso l’iniziativa di diffondere la lettera dell’ambasciatore ancora manca il modo di pensare e di agire necessario a chi si propone di trasformare il nostro paese e il mondo, e in mancanza di questo pensa e agisce al vecchio modo, dei politicanti borghesi, dei revisionisti moderni alla Togliatti, e infine dei gesuiti. Tu che scrivi su Contropiano non spieghi nulla, ma inviti ciascuno a trarre “spunti”, come fanno certi “consiglieri perfidi” (come il serpente Sir Biss nel Robin Hood di Walt Disney) e quindi alimenti il tirare conclusioni superficiali, la maldicenza, la malevolenza, l’ipocrisia che da secoli impestano l’aria in un paese ancora oggi obbligato a mantenere un signore feudale come il papa con la sua corte, e a inginocchiarsi di fronte a loro.
Invitiamo a leggere la lettera dell’ambasciatore, ormai diffusa urbi et orbi dal sito citato, e invitiamo chiunque sia interessato alla materia  e sia onesto a dirci quali “spunti” ne trae, cosa ne capisce, in che senso lo riguarda.
Si comprende che è una lettera in cui
  • 1.     si tratta dei rapporti interni nel corpo diplomatico della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia,
  • 2.     si spiega che l’azione di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana è bene si estenda oltre gli ambiti in cui finora si è sviluppata.

Quanto al primo punto, non spetta ad alcuna forza politica in Italia o altrove di interferire o commentare. Chiunque lo faccia, esplicitamente o sottobanco, o fa una cosa stupida o è in malafede.
Quanto al secondo punto, chiunque non può che essere d’accordo. Se finora la solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana ha avuto alcuni punti forti, è bene che d’ora in poi essa si estenda oltre, nell’intero territorio nazionale. Diciamo di più: questo già è avvenuto, con l’opera svolta in Puglia e in Romagna. Si può fare anche meglio. Per farlo, è utile un bilancio del lavoro svolto dalla Rete CaracasChiAma, una verifica di quanto è stato fatto di positivo e di quali sono stati i limiti, in modo da rispondere a quanto l’ambasciatore dice, e cioè di fare iniziative anche in Toscana, a Milano, a Trieste e dappertutto. Si tratta in particolare di comprendere quali sono stati gli elementi grazie ai quali la rete è riuscita a estendersi sul lato orientale del paese, in Puglia e in Romagna, e utilizzare quegli elementi per estendersi oltre. Sicuramente, per quanto abbiamo sperimentato nella pratica, il nodo napoletano della Rete è stato un punto propulsivo dell’estensione della solidarietà a livello nazionale, e
  • 1.     riteniamo che questa capacità propulsiva vada coltivata e continui a dare frutti e
  • 2.     contribuisca in questo modo all'opera dell’Ambasciata  per estendere la solidarietà all’intero paese.
Noi

Noi, come detto sopra, coltiviamo da diversi anni relazioni con i rappresentanti della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Come Commissione Gramsci del Partito dei CARC consideriamo punto di partenza l’iniziativa che tenemmo all’ex Asilo Filangieri di Napoli nel dicembre 2014, cui presero parte Alfredo Viloria per l’Ambasciata, la Console di Napoli e Indira Pineda, operatrice al Consolato di Napoli. Di seguito il nostro partito ha preso parte a tutti gli incontri di solidarietà della Rete Caracas Chiama, a Napoli, dove abbiamo radici forti e una buona capacità di estensione, quindi a Roma, e anche in Puglia e fino a Ravenna, dove sedi non ne abbiamo. Siamo stati sempre per una estensione della solidarietà oltre gli ambiti di partenza, e perciò abbiamo mobilitato compagni del Partito oltre i luoghi di appartenenza, sempre però tenendo conto che bisogna rafforzare gli ambiti di partenza per arrivare lontano. Per quanto abbiamo visto in questi anni l’attività della solidarietà verso il Venezuela ha sempre avuto i suoi punti di forza a Roma e Napoli.  Per quanto siamo intervenuti, abbiamo sperimentato come effettivamente l’unità si costruisce. La si costruisce allo stesso modo in cui si fa in Venezuela, e cioè legando chi si assume responsabilità politica, responsabilità di direzione, alle masse popolari che dirige, educandole a dirigersi e a diventare capaci di dirigersi da sé. Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana significa quindi portare questa esperienza nelle fabbriche, come all’ILVA di Taranto, tra i lavoratori portuali in lotta, nei luoghi occupati, come l’ex OPG di Napoli e lil CSOA Terra Rossa di Lecce, nei luoghi dove si lotta per i diritti degli immigrati, dei giovani, delle donne, per un ambiente sano, nelle scuole dove insegniamo e impariamo a pensare e ad agire come donne e uomini nuovi.
Ben vengano tutti, dalle esperienze politiche più disparate, a parte i fascisti dichiarati,  i sostenitori degli imperialisti, e i nemici della Rivoluzione Bolivariana come certi anarchici e trotskisti che abbiamo incrociato a Firenze e in altre città d’Italia quando abbiamo proposto iniziative di solidarietà, e abbiamo dovuto ascoltare denigrazioni nei confronti della Rivoluzione e di Chávez, allora ancora fisicamente in vita. Ben vengano anche gli esponenti del Movimento Cinque Stelle, il cui portavoce toscano è venuto a Firenze a una iniziativa politica del partito dei CARC a dichiarare la loro solidarietà con il Venezuela e con tutti i popoli in lotta contro l’imperialismo. Ben vengano tutti, ma la prima forza del movimento rivoluzionario è nell’unità con le masse popolari, con la classe operaia, con i lavoratori, in ogni paese del mondo.

La rivoluzione in corso.
La rivoluzione non è una cosa che scoppia, ma che si costruisce. Vale per il Venezuela e vale per l’Italia. Chávez interpreta giustamente Gramsci, citandolo in un discorso in cui parla a centinaia di migliaia di persone, e dicendo che “il vecchio muore, ma il nuovo ancora deve terminare di nascere”.[8] Dirigenti di RdC indicono a Roma un Forum dove dicono a una cinquantina di persone che “il vecchio muore, ma il nuovo non può nascere”,  con il che vogliono dire che la rivoluzione è impossibile, che chi dice che non solo è possibile ma è un lavoro in costruzione è un tipo “poco raccomandabile”, e a giustificazione della loro tesi, che la rivoluzione è impossibile, dicono che “si vede”. Duemilacinquecento anni fa un greco disse che il sole è grande come una moneta d’oro, ma di tempo ne è passato e si è capita la differenza tra l’apparenza e la sostanza, anche se capirlo quando si tratta di chi è comunista e chi no resta difficile. Certo in Venezuela prima che si facesse la rivoluzione ci saranno stati molti che dicevano che la rivoluzione in quel paese era impossibile. Ce ne sono dappertutto. C’erano ai tempi di Lenin, durarono a parlare per anni e fino al giorno prima della caduta del Palazzo d’Inverno nel 1917, e ci sono anche qui in Italia. A differenza dei nemici dichiarati della rivoluzione, questi dicono che la vogliono, ma che non è il momento. Sono un problema con cui i comunisti che stanno costruendo la rivoluzione devono fare i conti, come ha fatto Gramsci con Bordiga e come hanno fatto, di volta in volta, Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao.
Di sicuro, la costruzione della rivoluzione, il fare in Italia un Governo di Blocco Popolare, il fare dell’Italia un nuovo paese socialista, darà una spinta gigantesca ai movimenti rivoluzionari di tutto il mondo, e la Repubblica Bolivariana ne trarrà un vantaggio almeno pari, ma probabilmente superiore, a quello che trae dalla resistenza della Rivoluzione Cubana. Diversamente, senza progresso della rivoluzione almeno in un paese imperialista, rivoluzioni come quelle a Cuba, in Venezuela, paesi socialisti come la Corea del Nord, lotte antimperialiste come quelle dei popoli arabi e musulmani e degli altri popoli del mondo, guerre popolari come quelle nelle Filippine, in India, in Turchia, avranno molte difficoltà a resistere e avanzare. Per questo il lavoro della costruzione della rivoluzione in un paese imperialista come l’Italia va sostenuto dai comunisti, dai rivoluzionari e dagli imperialisti di tutto il mondo, così come i primi paesi socialisti, con l’URSS in testa, sostennero il primo PCI in tutti i modi quando l’Italia era sotto il fascismo e durante la guerra di Resistenza contro il nazifascismo. Purtroppo alla testa di quel PCI negli anni ’50 dello scorso secolo si misero i revisionisti moderni, che distrussero quanto conquistato, e non portarono il paese alla rivoluzione (su Contropiano hanno scritto qualche anno fa che anche allora “non era il momento”). Abbiamo capito il perché di quel fallimento, e questa volta porteremo l’opera a termine. In questo ci dà forza l’esempio della Rivoluzione Bolivariana, delle masse popolari che la costruiscono, di quelli che la dirigono.

Commissione Gramsci,
1 gennaio 2017





[2] Resistenza, nn. 11-12, novembre dicembre 2016, in novembrehttp://www.carc.it/wp-content/uploads/2016/06/RE11.12-09.pdf
[3] Ibidem.
[4] Questo partito, infatti, ha scoperto che per portare a compimento la rivoluzione socialista anche in un paese imperialista è necessario organizzarsi liberamente, e non sotto il controllo della borghesia imperialista, il nemico che si opera per sconfiggere. È necessario quindi essere una organizzazione clandestina. I membri del (n)PCI non possono quindi avere questa “ansia di apparire”, ma proprio il contrario.
Il (nuovo)Partito comunista italiano è stato costituito nel novembre 2004. Per informazioni, vedi www.nuovopci.it. Molti dei suoi comunicati sono dedicati alla Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e a chi le ha dato avvio.
[5] Parlare in modo poco chiaro è in linea, oltre che con la tradizione del papato, con quella inaugurata da Togliatti e altri, che coprivano “le loro reali posizioni con l’uso di un linguaggio oscuro, ambiguo e scarsamente intellegibile” (Alcune divergenze tra il compagno Togliatti e noi, editoriale de Il Quotidiano del Popolo, 31 dicembre 1962, in Opere di Mao Tse tung, ed. Rapporti Sociali, 1994, vol. 19, p. 141, in http://www.nuovopci.it/arcspip/IMG/pdf/19.pdf)

[6] Considerate alcuni degli ultimi presidenti del consiglio, Monti, formato in un liceo classico dei gesuiti, Renzi, classico tipo allevato in parrocchia nella Toscana della ” Chiesa di sinistra”, Gentiloni, nobile feudale, parente di Ottorino Gentiloni, uomo di fiducia di Pio IX, che nel 1913 firmò il patto con cui i cattolici tornarono a votare. Gentiloni fu addirittura maoista, quando andava di moda, ma in tempi recenti è stato descritto come “uno che era renziano prima di Renzi”. Bisogna stare parecchio attenti, dappertutto ma in Italia in particolare, a quelli che si dichiarano di sinistra, comunisti o magari addirittura maoisti.
[7] Vedi sopra, Nota 1.

venerdì 23 dicembre 2016

IL DIBATTITO SUL TRAVISAMENTO DI GRAMSCI DA PARTE DELLA RETE DEI COMUNISTI (RdC)

Comunicazione n.2 - Commissione Gramsci. 
Il dibattito sul travisamento di Gramsci da parte di Rete dei Comunisti in un articolo del prossimo numero di Resistenza, il giornale del Partito dei CARC

Nel numero di Resistenza del gennaio 2017 sarà pubblicato un articolo dove si risponde ad alcuni compagni che erano intervenuti sulle critiche che il (nuovo)PCI e la Commissione Gramsci del P.CARC rivolgono a Rete dei Comunisti e all’uso che questo organismo fa delle parole di Gramsci. Lo anticipiamo di seguito: 

Partito dei CARC - Commissione Gramsci
20 dicembre 2016 

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 L’Avviso ai Naviganti n. 66 del 15 dicembre del (nuovo)PCI e un articolo del 17 dicembre della Commissione per la Rinascita di Gramsci del Partito dei CARC (pubblicato su http://rinascitadigramsci.blogspot.it) contengono osservazioni e critiche aperte all’impostazione del Forum promosso da Rete dei Comunisti per il 17 e 18 dicembre a Roma intitolato “Il vecchio che muore e il nuovo che non può nascere”. Le posizioni espresse in quei documenti hanno acceso un vivace e salutare dibattito con vari compagni che è nelle nostre intenzioni proseguire e sviluppare. Di seguito un testo di Paolo Babini, che della Commissione per la Rinascita di Gramsci è il responsabile, che riprende alcune delle critiche che vengono mosse alla Carovana del (nuovo)PCI e vi risponde. 

*** 

 Gli interventi riguardo al Forum di Rete dei Comunisti tenuto a Roma il 17 e 18 dicembre, uno del (nuovo)PCI e uno della Commissione Gramsci del Partito dei CARC, hanno suscitato immediatamente discussione. 
Una compagna chiede unità
pensando che la discussione tra forze che dichiarano di volere il comunismo divida. 
Compagna, pensa se dovessimo costruire una casa. Unità, in quel caso, sarebbe costruire una squadra di uomini e donne capaci di farlo, e anche altri disposti a imparare e a dare una mano. Ci ritroveremmo uniti sul modo di costruire. Dovremmo però anche contrastare, al nostro interno, tutti quelli che per ignoranza vorrebbero fare le cose nel modo sbagliato, quelli che vorrebbero fare il tetto prima delle mura, le mura prima delle fondamenta, le finestre e le porte prima delle pareti, quelli che vorrebbero fare parte della squadra senza però venire a lavorare e rispettare i turni, quelli che vorrebbero fare parte della squadra e appena entrati pretendere di dirigerla, quelli che si dichiarano parte della squadra e dicono che costruire la casa non serve, che bisogna aspettare la primavera o non so cosa, e tutta una serie di altri soggetti. Se noi, nella squadra, non contrastassimo tutte queste cose sbagliate, la squadra si romperebbe: tutti quelli che lavorano onestamente e con fiducia vedendo disonestà, sporcizia, superficialità e ignoranza, andrebbero via. 
Così non basta dichiararsi comunisti per essere tali e per essere uniti come comunisti. Essere comunista è più difficile che essere chirurgo. Comunista non è chi dice di essere tale, ma chi si applica a costruire la rivoluzione socialista nel proprio paese. Si qualifica per quello che fa, non per quello che dice. Se alcuni di Rete dei Comunisti dicono che la rivoluzione non si può fare, allora possono essere quello che vogliono, ma non sono comunisti. 

Un altro compagno critica (nuovo)PCI e P.CARC perché quello che scrivono, dice, sarebbe segno di “determinismo” e di “fideismo”. 
In realtà quello che scriviamo è frutto di analisi e di sperimentazione scientifica. Nessuno ritiene articoli di fede i principi della termodinamica. Noi sosteniamo che la politica è una scienza, diversamente da ciò che dicono la borghesia imperialista e il clero. L’azione politica, se e quando interessa milioni di persone (se e quando è una questione seria e non una cosa che si fa d’istinto o che si dice e non si fa) richiede precisione scientifica, che è cosa diversa dal determinismo. Perché negare questa esigenza all’azione politica? Il compagno critica le comunicazioni di (nuovo)PCI e Commissione Gramsci come esercizi di filologia. Può essere che il compagno sia uno di quei molti di cui parla Brecht in una sua poesia: 

Molti pensano che noi ci diamo da fare / nelle faccende più peregrine, / ci affatichiamo in strane imprese / per saggiare la nostra forza o per darne la prova. / Ma in realtà è più nel vero chi ci pensa / intenti semplicemente all’inevitabile: / scegliere la strada più diritta possibile, vincere / gli ostacoli del giorno, evitare i pensieri /che hanno avuto esiti cattivi, e scoprire /quelli propizi, in breve: /aprire la strada alla goccia nel fiume che si apre /la strada in mezzo alla pietraia.”

Faccio un esempio. Compagni del Partito dei CARC sono stati sotto processo per associazione sovversiva e hanno avuto avvocati capaci, i quali citavano con estrema precisione leggi parola per parola e ciò ci ha aiutato a vincere (ci ha aiutato: la cosa principale è stata il sostegno delle masse popolari e l’azione politica del Partito). Riferire esattamente i termini di una legge va bene e va bene anche denunciare chi quella legge stravolge e interpreta in modo sbagliato per fini che vanno contro gli interessi di chi è in causa. Perché denunciare un uso sbagliato e disonesto dei testi di Gramsci sarebbe “filologia”, come dice il compagno? Gramsci, sicuramente, considerava scienza la materia di cui trattava. Se continueremo questo dibattito, cosa che mi auguro, diremo dove e come. 
Faccio un altro esempio, riguardo alla precisione scientifica. Chi ha un tumore alla prostata oggi può salvarsi: ci sono interventi guidati dal computer, con bracci che entrano nel corpo e operano con precisione millimetrica, altrettanto vale per le radioterapie che accompagnano l’operazione e le analisi del sangue si misurano in milionesimi di millimetro. Perché non possiamo studiare le relazioni sociali allo stesso modo? Non è questo che ha iniziato a fare Marx? Noi non abbiamo fatto la rivoluzione in Italia. Perché? Perché non era possibile, oppure perché chi poteva farla non è stato capace? Queste sono domande a cui bisogna dare risposta scientifica o ciascuno può dire quello che gli pare? 
In generale, in qualsiasi attività, si richiede scienza e arte. C’è chi apprezza molto le tavolette di cioccolato con il cacao al 90% della Lindt, ma sarebbe disgustato se le trovasse come strato tra le lasagne, così come nessuno si mangerebbe un tiramisù imbottito di mortadella. In politica, invece, si pensa che si può mettere tutto insieme, lo si fa e anzi si fa peggio: si mette veleno. Quando si sta costruendo qualcosa, come fanno oggi quelli che costruiscono la rivoluzione nel nostro paese, avere attorno soggetti che insistono sul fatto che la rivoluzione non si può fare, è deleterio, soprattutto quando la rivoluzione è la soluzione necessaria e possibile. 
C’è chi pensa che noi siamo troppo piccoli per fare una cosa grande come la rivoluzione, ma su questo torno oltre. Qui mi limito a dire che i dirigenti di destra di Rete dei Comunisti stanno offrendo cibo immangiabile, nel migliore dei casi. Il danno poi si estende oltre oceano. Ho letto con attenzione il libro di Jorge Giordani su Gramsci e il Venezuela, nel quale, tra l’altro, ci sono più scritti di Vasapollo che di Giordani, ed è pieno di cose sbagliate. Penso sarà il caso di rileggerlo, per analizzare meglio la cosa. Noi non interveniamo su come i compagni venezuelani portano avanti la rivoluzione nel loro paese, cosa che nessuno meglio di loro può fare, ma siamo obbligati a intervenire quando si fanno affermazioni di valore universale e le si mettono in bocca a Gramsci, affermazioni che sono sbagliate nel senso che chi le segue condanna al fallimento un processo rivoluzionario. Se Chávez dice, citando Gramsci, che “il nuovo non ha terminato di nascere” e qualcuno come Vasapollo qui in Italia fa un convegno, citando Gramsci, dicendo che “il nuovo non può nascere”, e si spaccia pure come “eurochavista”, allora o quello che lui ci serve è un piatto che fa schifo o peggio è un piatto al veleno, è uno che sta spacciando come “analisi concreta della situazione concreta” il fatto che la rivoluzione in Italia non si può fare, il che ha lo stesso valore “concreto” di chi esamina con attenzione il sole e decide che si muove, perché al mattino stava sulla cima di un monte e alla sera si trova sul monte opposto.

Un compagno dice che le critiche che facciamo sono piccole polemiche di un gruppo di sinistra o di ultra sinistra. 
Noi non siamo niente di tutto questo. Siamo un partito, costruito attraverso un lavoro durato decenni fatto di studio, di partecipazione alle esperienze più avanzate della lotta di classe sul piano nazionale e internazionale e di resistenza a una repressione che va dalle semplici intimidazioni al carcere. In questo siamo diversi da Rete dei Comunisti, che dice di voler costruire un partito da quando è nata, sedici anni fa (mi pare) e ancora sta lì a chiedersi come fare. È vero che siamo un partito piccolo, ma cosa nasce già grande? Nemmeno il compagno, quando è nato, era grande e non c’è quercia secolare che non sia stata ghianda. Inoltre, ci sono cose che sono ugualmente piccole, ma se il compagno guarda con attenzione vede che sono diverse, opposte: c’è qualcosa che è piccolo perché sta diventando grande e c’è qualcosa che è piccolo perché sta diventano più piccolo e che se procede in questo modo svanirà. 
Infine, lo scontro interno al movimento comunista non è affatto segno di debolezza, ma di forza. Lenin e gli altri nella Seconda Internazionale venivano definiti un gruppetto di rissosi, ma mentre loro in Russia costruirono la rivoluzione, gli altri lasciarono che le masse popolari del loro paese andassero al massacro nella Prima Guerra Mondiale. Altrettanto vale per gli altri grandi dirigenti del movimento comunista, per Marx ed Engels contro gli anarchici, per Gramsci contro Bordiga, per Stalin, per Mao Tse-tung. 
Prendiamo ad esempio due linee divergenti: è giusto che la solidarietà verso la Rivoluzione Bolivariana sia fatta principalmente costruendo organizzazioni popolari, unendoci alle lotte in corso delle masse popolari italiane (ad esperienze, ad esempio, come quella dell’ex OPG di Napoli), costruendo la rivoluzione in Italia, perché il migliore contributo che possiamo dare a quella rivoluzione in Venezuela e in qualsiasi altro paese del mondo è trasformare il nostro paese in senso rivoluzionario, oppure è giusto principalmente appoggiarsi al governo di questo o altri paesi imperialisti, alle istituzioni, alle autorità universitarie, a intellettuali famosi, al Vaticano, ecc.? Sono due linee molto diverse. Per unirci dobbiamo stabilire quale è quella giusta e quindi prima di tutto dobbiamo discuterne, poi decidere e quindi marciare nella direzione scelta, sperimentando, disposti anche a praticare la linea opposta se quella che abbiamo scelto è sbagliata. Questo è il metodo per essere uniti. Non siamo uniti in partenza, ma ci uniamo in corso d’opera. 

Matti o poliziotti 
Quando noi diciamo che la rivoluzione socialista è possibile (e che è necessaria, che si costruisce, che è in atto) c’è chi salta su e dice che siamo poliziotti, o matti, e che bisogna chiamare il 118 (Marco Rizzo, a una iniziativa di novembre scorso alla sede del suo partito a Firenze). Altrettanto hanno detto al Forum di Rete dei Comunisti. Avremmo quindi fatto il miracolo e unito due forze che amiche non sono, come il PC di Rizzo e la Rete, su un punto importante e cioè che la rivoluzione socialista è impossibile. 
Che la rivoluzione socialista sia possibile o no è questione che si risolve con la scienza (la teoria rivoluzionaria) e la sperimentazione, soprattutto. Noi lo stiamo sperimentando e invitiamo tutti quelli che sono disposti a imparare qualcosa di nuovo a discuterne con noi. Qui, però, rispondiamo a chi pensa di risolvere la relazione con noi denigrandoci. È segno di falsità e/o di ignoranza chiamare noi poliziotti, considerati i dieci procedimenti giudiziari contro la Carovana fino dai suoi inizi negli anni Ottanta dello scorso secolo, le decine di processi ai vari organismi della Carovana, gli anni di carcere per i suoi dirigenti, le centinaia di intimidazioni ai membri, inclusa, ultima, quella di due giorni fa a una compagna della sezione di Quarto (NA) del Partito. Chi sparge falsità su di noi presumendo che siamo poliziotti, mai ha affrontato la repressione che noi abbiamo affrontato e vinto. 
Quanto all’essere matti, lo vedremo. Chi ci denigra si limita a guardare quello che c’è e a pensare che le cose saranno sempre come quelle che ha davanti al suo naso. Se, nell’Italia prima della Seconda Guerra mondiale, gli avessimo detto che quello che vedeva quando andava al cinematografo, nel futuro lo avrebbe potuto vedere in un aggeggio che teneva in tasca e che avrebbe potuto spedire quello che vedeva a un amico in Cina, ci avrebbe preso per matti. 

 Firenze, 18 dicembre 2016

sabato 17 dicembre 2016

IL VECCHIO MUORE E IL NUOVO NON PUO’ NASCERE SE NON CI IMPEGNIAMO A PARTIRE DA ORA NELLA COSTRUZIONE DELLA RIVOLUZIONE SOCIALISTA IN ITALIA

Dipende da noi. Il vecchio sta morendo e il nuovo nasce quando ci impegniamo nel costruire la rivoluzione socialista in Italia. Questo significa qui e ora, rafforzare, moltiplicare le organizzazioni operaie e popolari, promuovere la costituzione di Comitati di Salvezza Nazionale, di Amministrazioni Locali di Emergenza, di un governo di emergenza, un Governo di Blocco Popolare che dia forma e forza di legge ai provvedimenti che le organizzazioni operaie e popolari prendono e prenderanno per fare fronte nell’immediato agli effetti più devastanti della crisi. Significa, nell’immediato, continuare la campagna referendaria partecipando e promuovendo le battaglie per attuare le parti progressiste della Costituzione. Per fare questo bisogna sapere come. Ci vuole scienza, e ne abbiamo a sufficienza. 160 anni di movimento comunista non sono trascorsi invano. Abbiamo un pensiero scientifico elevato e solido, grazie al contributo di dirigenti come Marx, Lenin e Mao Tse tung, come Engels, Stalin e Gramsci. Abbiamo le elaborazioni dell’esperienza della lotta di classe fatte dalla Carovana del (nuovo)PCI in più di trenta anni, bilancio del movimento comunista internazionale e di quello italiano incluso quello dell’ultimo mezzo secolo, quello della lotta contro il revisionismo moderno da parte del movimento marxista leninista del nostro paese e delle organizzazioni comuniste combattenti, in primo luogo le Brigate Rosse. Tutto questo è in linea con quanto scrive Gramsci nei suoi Quaderni del carcere, quando dice che il vecchio muore e il nuovo non può nascere nel contesto specifico del regime fascista, aggiungendo che questo regime non riuscirà a impedire con la forza al nuovo di nascere, e che anzi la situazione è tale da favorire una “espansione inaudita del materialismo storico” (che in lingua carceraria voleva dire movimento comunista: non a caso Gramsci precisa anche che la trasformazione dell’ideologia delle grandi masse è indistricabilmente connessa con la trasformazione del loro ruolo sociale). Questo, in lingua carceraria, significa che la scienza della trasformazione della realtà si diffonderà e si imporrà, trasformando il mondo grazie al partito che la applica in modi fin ad allora mai visti, cosa che effettivamente si è realizzata, perché l’Italia liberata dal nazifascismo diventò una società nuova, mai vista prima, anche se non fu un Italia socialista, cosa che sta a noi, oggi, realizzare. Dopo la Resistenza non si avanzò verso il socialismo perché dopo l’arresto di Gramsci il PCI non aveva continuato a tradurre in strategia politica, cioè in termini pratici, la concezione della rivoluzione socialista che Gramsci articola nei Quaderni del carcere. I testicoli del castoro Quando Gramsci scrive nella Nota 34 del Quaderno 3 di “vecchio che muore e nuovo che non può nascere” sta pensando all’ ignobile discorso del socialista Claudio Treves alla Camera dei deputati il 30 marzo 1920, quando diceva ai deputati liberali “voi non potete più imporci il vostro ordine e noi non possiamo ancora imporvi il nostro” e, quanto alla data della rivoluzione socialista, diceva loro che “non è in nostro potere di abbreviare le spinte del Parto divino.” Questo discorso è chiamato “dell’espiazione”, perché secondo Treves, in attesa della rivoluzione socialisti, liberali, masse popolari e tutti quanti sono uniti nel pagare gli effetti del male fatto in passato (dai padroni). Gramsci ne parla in questo stesso Quaderno, poche pagine più avanti, in una nota dove inizia citando la favola del castoro che “inseguito dai cacciatori che vogliono strappargli i testicoli da cui si estraggono dei medicinali, per salvar la vita, si strappa da se stesso i testicoli”, che è quanto Treves, chiamato direttamente in causa con il suo discorso dell’espiazione, pretendeva facesse il movimento comunista, di cui il suo Partito era esponente in Italia. Senza testicoli di sicuro nulla nasce, e perciò Treves si affida, per il parto, a Dio.
La Rete dei Comunisti indice un Forum su “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, ma sbaglia se la tira fuori dal contesto in cui è stata scritta. Così rovescia l’affermazione nel suo contrario, e fa a dire a Gramsci che il nuovo, cioè il socialismo non poteva nascere perché la rivoluzione socialista con si poteva fare, idea che non si trova da nessuna parte nei Quaderni del carcere. Peggio, va ad alimentare la sfiducia, la credenza che la rivoluzione socialista oggi è impossibile, che ci sarà ma non oggi, e quando non si sa. Ribatte sull’idea decrepita che la rivoluzione scoppia, mentre la rivoluzione è un’opera che si costruisce giorno dopo giorno, con l’intelligenza e la passione più alta, animati dalla fiducia nel lavoro che stiamo facendo e dalla determinazione a portarlo fino in fondo, fino alla vittoria. È così che diamo il massimo contributo alla nuova ondata della rivoluzione proletaria, ai popoli in lotta, ai paesi all’avanguardia come la Repubblica Bolivariana del Venezuela, dove Chavez, in uno storico discorso durante una enorme manifestazione del 2007, ricordava questo che Gramsci ha detto, e lo interpretava nell’unico modo giusto, quando disse che “qualcosa sta morendo ma non termina di morire, e allo stesso tempo c'è qualcosa che sta nascendo ma nemmeno ha terminato di nascere.” Questa è una legge universale, che vale anche in Italia: qualcosa sta nascendo, e cioè la rivoluzione è già in corso. Impariamo a riconoscerla e portiamo a termine l’opera.

lunedì 20 giugno 2016

SOLDI AL SICURO

Secondo il senso comune i risparmi vanno messi in banca, e anche chi ha uno stipendio da diversi decenni non lo riceve più in contanti, ma in banca deve per forza andare a ritirarlo. In realtà le banche sono uno dei centri più importanti degli effetti devastanti crisi in corso, luoghi che assorbono denaro da ogni parte possibile e dove il denaro si dissolve all’improvviso e in quantità enormi, per ragioni che restano misteriose, e non nel senso che vengono tenute nascoste alle masse popolari, ma nel senso che i massimi economisti borghesi non riescono a comprenderle nemmeno loro. I preti, che c’entrano perché fanno parte del Vaticano, struttura che si regge su un potere finanziario enorme e particolarmente forte in Italia, nemmeno si curano di spiegare misteri del genere, abituati come sono a spacciare in lungo e in largo “misteri della fede” che le masse popolari devono accettare come dati di fatto così come le pecore seguono la linea data dal pastore e dai suoi cani. I preti c’entrano poi perché sono i primi che volteggiano e piombano sul luogo del delitto, come “rappresentanti delle vittime”, monopolisti dei funerali, cosa accaduta anche nel caso dell’operaio Bedin, suicida a Montebello Vicentino, derubato dei suoi risparmi dal vinaio Zonin. I soldi gli servivano per la casa di riposo, perché da qualche decennio a questa parte ci vogliono due o tremila euro al mese come minimo per garantirsi una vecchiaia dignitosa, quando i parenti non sono in grado di farsi carico di assistenze tanto più gravose quanto più si perde autonomia. Pare normale che un operaio metta i risparmi, quando ne ha, in banca. Pare invece strano, secondo il senso comune e anche secondo molti che si dichiarano di sinistra, ma pare strano anche nel movimento comunista, che chi ha denaro lo metta a disposizione del partito, cioè di un partito comunista. Questo però è avvenuto e avviene più volte, in Italia, ad esempio, nel Biennio Rosso rispetto al movimento operaio, come ricorda Gramsci nei suoi scritti sull’occupazione delle fabbriche, e durante la Resistenza rispetto al movimento partigiano. Oggi la situazione è critica come lo fu a quei tempi, anche se diversa perché i nodi allora irrisolti vengono al pettine e il movimento comunista ha trovato il modo per scioglierli.
Per il partito dei CARC, che di questo movimento comunista è punta avanzata, ad esempio, la natura della crisi e le sue evoluzioni possibili non sono affatto un mistero, e conoscere la causa di un problema è essenziale per la soluzione. A fronte della confusione crescente, tanto maggiore quando si tratta di capire come gestire il denaro, senza il quale in questa società non si vive, cominciamo a spazzare via un po’ di nebbia e diciamo che mettere il denaro in mano al partito è il modo migliore per “metterlo al sicuro”, perché il movimento comunista sta costruendo il futuro del paese, e ogni euro a sua disposizione è seme di vaste messi e fa fiorire prati.  

L’articolo: Popolare Vicenza rabbia ai funerali del suicida: lo Stato faccia giustizia (La Repubblica, 19 giugno) 
Centinaia di persone a salutare Bedin. Presidio silenzioso alla tenuta di Zonin Don Torta: “Questo è un omicidio” Franco Vanni, dal nostro inviato, Montebello Vicentino.
Di fronte alla bara, don Enrico Torta scandisce: «Rappresentiamo le duecentomila famiglie unite nella tragedia. Serve giustizia. Il governo deve sapere cosa succede qui in Veneto». Le centinaia di piccoli risparmiatori si alzano, applaudono, qualcuno piange. Sono quasi tutti anziani. Alcuni nel crac della Popolare di Vicenza hanno perso molto. Altri hanno perso tutto. Nella cassa c’è il corpo di Antonio Bedin, morto suicida a 67 anni. Aveva investito in azioni BpVi i risparmi di una vita in fabbrica. Era cardiopatico e camminava con fatica. Il crollo dei titoli, da 62,5 euro a 10 centesimi, gli ha tolto la speranza di un futuro in casa di riposo. Prima che la bara venga portata a spalle fuori dalla chiesa, Don Torta rincara: «Ricordiamo un fratello, smarrito per la violenza e la prepotenza di altri. Gesù ha detto: beati coloro che si impegnano per la giustizia. La giustizia è rispetto per la dignità delle persone e per il bene comune. Dio ha detto: non rubare, non uccidere. Gli uomini hanno ucciso, Dio li resusciterà». Fuori dalla parrocchia, si forma un corteo. I carabinieri lo scortano orgogliosi. In testa, gli striscioni. “Basta suicidi per colpa delle banche”, “Omicidio di Stato”, “Rubare i risparmi è uccidere”. In coda, il sindaco di Montebello, Dino Magnabosco. Gli anziani gli chiedono: «Ora cosa facciamo?», «Chi ci aiuta?». Lui ascolta, gentile. La manifestazione scorre silenziosa fino alla villa di Gianni Zonin, presidente di BpVi per 19 anni, fino allo scorso novembre. Di fronte alle imposte chiuse, i risparmiatori si sfogano. «Ladro», «assassino », urlano donne ottantenni, piccoli imprenditori, ex insegnanti. La procura di Vicenza indaga Zonin e altri cinque ex manager della banca per aggiotaggio e ostacolo della vigilanza. I pm di Prato, Udine e Ancona hanno aperto fascicoli per estorsione. La Banca centrale europea, come raccontato da Repubblica, ha ricostruito che BpVi per ricapitalizzarsi fra il 2013 e il 2014 ha venduto azioni a 58mila nuovi soci, non in grado di comprendere cosa stavano acquistando. La vendita di azioni era proposta come condizione per accedere a finanziamenti. Operazioni che un’ordinanza del giudice Anna Maria Marra, del tribunale di Venezia, ha dichiarato nulle. Il provvedimento che potrebbe inibire la banca dal pretendere la restituzione delle somme prestate. In piazza a Montello ieri c’erano le associazioni che lottano perchè i danneggiati siano rimborsati, dall’associazione nazionale azionisti della Popolare di Vicenza al gruppo Noi che credevamo nella Banca Popolare di Vicenza, che in mattinata ha manifestato di fronte alla sede della banca. Oltre al sindaco, nessun rappresentante delle istituzioni. L’unico politico in corteo era Jacopo Berti, capogruppo in Regione del Movimento Cinque Stelle, che portò la questione di BpVi a Strasburgo . «Essere qui è un dovere. Mi stupisce di essere così solo», dice, alla fine del corteo.